5 grandi Western

5° Ombre Rosse, J. Ford

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Un viaggio nel Western non può che iniziare da Stagecoach (titolo inglese), archetipico capostipite che prefigura alcuni elementi ricorrenti dell’età classica del genere: il pistolero solitario (J. Wayne), eroe/anti-eroe; l’opposizione bianchi/nativi, l’assalto alla diligenza, la stereotipica assegnazione dei ruoli (prostituta, sceriffo, banchiere…). Non è invecchiato bene, ma rimane imprescindibile.

4° Il grande Silenzio, S. Corbucci

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In uno sfondo aspro, idealmente Utah o Nevada ma in realtà dolomitico, si intrecciano le storie di vari personaggi: il pistolero muto Silenzio (Jean-Louis Trintignant), difensore degli oppressi il cui soprannome è dovuto non solo al silenzio che porta con sé, ma soprattutto a quello che lascia dietro di sé; lo spietato bounty killer Tigrero (un meraviglioso Klaus Kinski), assassino senza scrupoli che divide i soldi delle taglie con il losco banchiere Podik (Luigi Pistilli); infine lo sceriffo Corbett (Frank Wolff), abile braccio armato della legge, che tenta disperatamente di riportare un barlume d’ordine (e di umanità) in una selvaggia zona di frontiera.

Questo western cupo, caduto in un ingiusto oblio, è senz’altro il migliore di Corbucci e uno dei migliori in assoluto nel panorama degli spaghetti-western. La sua originalità anticipa i più celebri esempi di “western bianco”, dovuti a Peckinpah e Altman (Corvo Rosso e I Compari), e non sfigura affatto nel confronto.

3° Sentieri Selvaggi, J. Ford

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Malgrado la sceneggiatura sia rosa da numerosi squilibri, buchi e incongruenze, si tratta di uno dei Western più  complessi e influenti della storia del cinema, pervaso da molteplici temi e altrettante sfumature narrative e psicologiche. Tratto dalla storia vera di una ragazza americana rapita e poi allevata dai nativi, non può non annoverare la scabrosa questione del genocidio indiano fra gli argomenti principali; e di rimando, la dialettica irrisolta fra civiltà e stato di natura, fra sedentarietà e nomadismo, convivenza sociale e violenza ferina; e, dulcis in fundo, tacite e sopite trame di sessualità e desiderio fra congiunti.

In particolare, il precario equilibrio fra mondo civile e selvaggio West è rappresentato dalla porta, simbolo ricorrente (come nel fotogramma soprastante) di una fondamentale permeabilità dei due mondi, che implica dunque una costante esposizione al rischio, alla brutalità, alla morte. Forse la migliore interpretazione di John Wayne.

Il mucchio selvaggio, S. Peckinpah

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Western dai toni crepuscolari che, un anno dopo il capolavoro leoniano C’era una volta il West, annuncia la fine dell’epopea romantica dei fuorilegge col grilletto facile, scalzati da una rivoluzione industriale (rappresentata dall’automobile, simbolo ricorrente nei Western di Peckinpah) che segnerà il declino di un’epoca sanguinosa, ma anche il tramonto di un tacito codice cavalleresco e l’affermazione definitiva del capitale come unica religione del XX secolo. La trama si sviluppa attraverso molteplici incroci e sovrapposizioni di vendette: dapprima Thornton, il compagno tradito, poi il rancoroso Angel, infine, in un climax di rabbia e violenza, la feroce rappresaglia scatenata dal mucchio selvaggio.

C’era una volta il West, S. Leone

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Film che non ha bisogno di presentazioni. Uno dei western, e dei film, più belli di sempre, a mio parere il migliore di Sergio Leone. Il misterioso Armonica (Charles Bronson) sfida apertamente il bieco Frank (Henry Fonda), sicario al soldo di Morton (Gabriele Ferzetti) che vorrebbe la terra della vedova Jill (Claudia Cardinale), di cui s’innamora il bandito Cheyenne (Jason Robards). Solamente verso la fine si scoprirà il motivo che spinge Armonica a sfidare Frank, un legame profondo scavato dalla violenza.

The Bravados

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Questo datato Western con Gregory Peck offre buoni spunti di riflessione.

Il ranchero Jim (G. Peck), in seguito allo sterminio della propria famiglia, si getta in una forsennata caccia all’uomo. I quattro assassini vengono raggiunti uno dopo l’altro, isolati e brutalmente assassinati. Fino al colpo di scena: ops, forse i colpevoli non sono loro. Forse.

Al di là dello stucchevole finale tendente al sacro, e malgrado una sceneggiatura farraginosa e a tratti prevedibile, il film è una matura meditazione sulla logica della vendetta, sulla sua legittimità e sulle sue conseguenze. L’elemento di disorientamento psicologico del protagonista è quasi una novità, paragonabile, per certi versi (e per certi no) al celebre Sentieri Selvaggi.

Soprattutto, viene intaccata la matrice di senso del film, che si fonda interamento sul meccanismo ancestrale di stimolo e reazione, torto e vendetta. Tolto il primo, la seconda fase decade, perde di significato, si annichilisce, lasciando nulla che non sia la primordiale violenza dell’individuo inerme di fronte alla sorgente primigenia di ogni dolore: il destino.

“Hateful Eight”, Q. Tarantino, 2015

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“Hateful Eight” rappresenta per Tarantino un ritorno alle origini, in primo luogo per il genere: un western, come i grandi film di Leone e Corbucci che lo ispirarono da ragazzo. In secondo luogo, dopo le peregrinazioni di Uma Thurman in “Kill Bill” e di Jamie Foxx in “Django Unchained”, il regista torna a dirigere un film dove l’azione si svolge prevalentemente in un ambiente chiuso, come nel suo primo lungometraggio, “Reservoir Dogs” (Le Iene). Una terza sorgente d’ispirazione è certamente “La Cosa” di Carpenter (1982), che d’altronde aveva ispirato anche “Reservoir Dogs”.

HE è dunque un western girato prevalentemente in ambienti chiusi (carrozza ed emporio), ove i dialoghi hanno notevole importanza sia per la comprensione, sia per lo sviluppo narrativo del film: i personaggi tendono infatti a raccontare gli eventi che li hanno portati fino a quel punto, a rivelarsi vicendevolmente dettagli sul proprio passato (talvolta falsi) e a commentare ciò che accade intorno a loro. Costretti al chiuso da una tempesta di neve, otto personaggi sono dunque messi di fronte ai propri disegni contrastanti.

In particolare, al centro della contesa c’è la ricercata Daisy Domergue, che qualcuno cerca di condurre alla forca in qualità di sceriffo o semplice cacciatore di taglie, e qualcun altro cerca di salvare tramite molteplici menzogne e subdoli espedienti. Malgrado l’ambita complessità, tuttavia, il disegno generale è abbastanza semplice da intuire: posto un pomo della discordia, alcuni lo reclamano da una parte, altri dalla parte opposta, altri ci vanno di mezzo. Si tratta solo di abbinare i ruoli, a quel punto. Ai personaggi non resta quindi che lasciar gradualmente cadere i frammenti delle loro menzogne per restituire a loro stessi e allo spettatore il senso genuino di ciò che accade (comunque, non troppo nascosto). E a Tarantino, dopo 150 minuti di film, non resta che lasciare i cani liberi dalle catene e guardarli inevitabilmente azzannarsi scatenando un bagno di sangue.

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Ma la reale violenza che lo spettatore sarà costretto a subire è la verbosità impenitente. Violando un’antica legge dello spaghetti western, secondo la quale minore è l’uso delle parole e maggiore è il loro impatto (si pensi al “You brought two, too many” di Bronson in “C’era una volta il West”), Tarantino costruisce al contrario una storia dove ciascuno è afflitto da un’emorragia semantica, chi svela il passato altrui (W. Goggins), chi il proprio (B. Dern), chi inventa il proprio per macchiare l’altrui (S. L. Jackson), chi fa diplomazia (T. Roth), e così via. Purtroppo l’epistassi verbale non si limita all’auto-referenzialità narrativa, ma cavalca scomodamente il binario della retorica ideologica, trattando la questione razziale con superficialità. HE conferma che il miglior Tarantino si trova nel respiro nichilista di “Reservoir Dogs” ad esempio, e non nell’etica grossolana di “Django” o “Inglorious Basterds”. Un Tarantino “politico” è insomma credibile quanto un Feuerbach catechista.

Malgrado le buone premesse, HE non ha dunque la verve di “Reservoir Dogs”, né la tensione di “The Thing”, né il fascino crudele del mitico (e ai più sconosciuto) “Il Grande Silenzio” di Corbucci, né le superbe caratterizzazioni dei western leoniani. Quel che resta è un film frizzante, a tratti divertente, ma che in ultima analisi ha un sapore grezzo che non indica genuinità, ma piuttosto genuina mancanza di ispirazione.

5/10

“The Revenant”, A. Iñárritu

 

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Impegnativa la visione di “The Revenant”, ultima fatica del regista messicano Iñárritu, un western dai toni epici tratto dalla storia reale del cacciatore di pelli Hugh Glass, abbandonato alla macchia dai compagni dopo essere stato ridotto in fin di vita da un orso. In questa versione cinematografica la parte di Glass è interpretata da Leonardo DiCaprio, con l’aggiunta di elementi biografici romanzeschi – una moglie Pawnee uccisa da un tenente e un figlio meticcio dal temperamento collerico.

“Revenant” indica una persona che ritorna, e certamente la traduzione italiana “redivivo” non esaurisce la semantica del termine, che richiama piuttosto palesemente a “Revenge”, vendetta. Questo film si inserisce infatti (ammesso che si possa parlare di un filone) accanto ai grandi classici della vendetta cinematografica, come ad esempio “C’era una volta il West”, “I duellanti” e “Old Boy”. Non a caso proprio il regista di quest’ultimo, Park Chan-wook, aveva inizialmente preso in mano il soggetto.

Soggetto che poi è passato a Iñárritu, un audace virtuoso della macchina da presa, che ha insistito per girare all’aperto e utilizzare le luci naturali di Canada, Stati Uniti e Argentina, filmando spettacolari panorami montani in toni algidi brillantemente accompagnati dalla colonna sonora minimalista di R.Sakamoto (e A.Noto).

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La scelta, apparsa alla troupe di un radicalismo talvolta estremo, ha condotto alla creazione di scene ardite e spettacolari, definite da DiCaprio medesimo come fra le più difficili mai girate nella sua vita. A proposito, eccezionale la sua interpretazione, se non altro per sacrificio e abnegazione, e altrettanto fenomenale Tom Hardy nella parte dell’antagonista, il mezzo-scalpato John Fitzgerald, fra gli antagonisti più scaltri, subdoli e tenaci che ricordi il grande schermo.The-Revenant-2-200x300.jpg

Perché in fondo, come anticipato, si tratta di un film sulla vendetta, motore immoto di innumerevoli tragedie fin dall’ira funesta dell’Achille iliadico. E come l’Iliade stessa (e il film citati in precedenza) termina immediatamente dopo che il destino di vendetta (leitmotiv del film: “Revenge is in God’s hands”) si compie (o fallisce), rivelandone allo stesso tempo il carattere di vanità (una vendetta non riporta indietro ciò che si è perso) e di necessità: quando si ha una vendetta da portare a termine non si ha più paura di morire poiché non si hanno altri motivi per vivere.

E tuttavia “The Revenant” sembra voler parzialmente sfuggire alla limitata logica duale del rapporto antagonista-vendicatore, poiché aspira (per ammissione stessa del regista) a rappresentare dinamicamente la complessità del reale. E dunque spazio ai fattori esterni, ascrivibili alla sorte, che irrimediabilmente condizionano l’intero sviluppo diegetico, però costituendone di fatto la necessaria cornice contestuale che funge da sorgente narrativa: i Pawnee, gli Arikara, il clima avverso, i Francesi, gli Inglesi, le canaglie, gli orsi, i vagabondi e i deliri onirico-allucinatori costruiti con estro poetico.

In conclusione, “The Revenant” raggiunge il suo scopo: non solo quello, inerente al genere che incarna, di divertire e stupire, ma anche, come avverte maliziosamente il titolo, quello di continuare a tornare a visione conclusa, dettaglio dopo dettaglio, immagine dopo immagine, nella memoria dello spettatore.

8/10

 

3 Marzo, Iris, 21:00 – Il mucchio selvaggio, S. Peckinpah, western. Recensione e critica di R.C.

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TRAMA

Texas, 1913. Il fuorilegge Pike Bishop (William Holden) e la sua banda tentano un colpo grosso a un treno e finiscono in una trappola tesa dal vecchio camerata Deke (Robert Ryan), assoldato dalle ferrovie. Decimati, riparano in Messico, nel villaggio natale di Angel, membro della banda. Braccati da Deke, vengono assoldati dall’inaffidabile generale messicano Mapache, in lotta contro i rivoluzionari.

Sarà un macello.

CRITICA (attenzione: può contenere spoiler)

Western dai toni crepuscolari che, un anno dopo il capolavoro leoniano C’era una volta il West, annuncia la fine dell’epopea romantica dei fuorilegge col grilletto facile, scalzati da una rivoluzione industriale (rappresentata dall’automobile, simbolo ricorrente nei western di Peckinpah) che segnerà il declino di un’epoca sanguinosa, ma anche il tramonto di un tacito codice cavalleresco e l’affermazione definitiva del capitale come unica religione del XX secolo.

L’ispirazione più evidente è senz’altro I sette samurai di Kurosawa, non solo per la concezione pessimistica della natura umana, contaminata dalla ferinità animale e biblicamente incline al tradimento, ma anche per il ritratto malinconico del guerriero solitario, disposto a rischiare la vita per il denaro e a rischiare il denaro per l’onore. A sopravvivere infine non sono nè i potenti (rovesciati con la forza) nè gli eroi (destinati al sacrificio), ma le masse indigenti (contadini in Kurosawa, peones in Peckinpah), allegoria evidente di come il potere sia effimero, la miseria umana eterna.

Nello stile intenzionalmente esplicito, ricco di azione e violenza, troviamo un filo rosso che da Kurosawa, passando per Peckinpah, giunge fino a Tarantino e ovviamente oltre. Peckinpah intendeva utilizzare la violenza come deterrente ideologico contro la guerra in Vietnam, ma l’umanità era forse più corrotta di quanto lui immaginasse: nel Mucchio selvaggio, invece che inorridire, la violenza diverte, fondando un meccanismo che qualche decennio più tardi verrà sfruttato come un giocattolo da Tarantino (che non ha mai negato la sua passione per i western, Leone e Peckinpah in particolare) e molti altri.

Ad ogni modo questo film resta una pietra miliare, non solo del genere western, non solo della filmografia di Peckinpah, non solo del cinema americano, ma della storia del cinema in generale. Per chi poi amasse il genere, una sola parola: imperdibile.

9/10