Lo scopone scientifico

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Definito dal regista Luigi Comencini come una “giusta favola sulla lotta dei deboli contro i potenti”, bisogna dire che in effetti non solo l’intreccio narrativo, ma anche la scenografia evoca toni fiabeschi. I miserabili Peppino (Alberto Sordi) e Antonia (Silvana Mangano) vivono con cinque figli nella sordida baraccopoli di una periferia romana e sbarcano il lunario commerciando in robivecchi e imbellettando cadaveri per conto di una vicina pompa funebre.

Come ogni anno, un’anziana miliardaria americana (Bette Davis), travestita da filantropa, si reca nella sua regale villa romana e invita Peppino e Antonia per una partita milionaria a scopone scientifico. I milioni, manco a dirlo, li mette lei, e ogni anno se li rivince. Questo però sembra essere l’anno buono per i due poveracci, che una sera riescono a portare a casa un’insperata vittoria. Ma è solo l’inizio di un tremendo gioco al rialzo…

Il film si regge su un fragile doppio chiasmo di tensioni latenti, rappresentate dai rispettivi personaggi: da un lato Silvana Mangano, ambiziosa e spietata come Bette Davis, e dall’altra i rispettivi consorti, trascinati in un gorgo caustico di azzardo violento da cui traggono più ansie e dissapori che speranze. Eppure le coppie che concretamente si fronteggiano al gioco sono invece i popolani Sordi e Mangano da un lato, e la miliardaria e il suo asservito cicisbeo, dall’altro.

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Sullo sfondo giace, come spesso nella filmografia comenciniana, il contrasto fra le classi. Nel perverso gioco del mondo, le cui regole sono fondate sul perseguimento di un’unico obiettivo – il denaro, che dà potere, o il potere, che dà denaro – l’alienazione è tale che persino la violenza non è contemplata, se non dall’unico sguardo disincantato che giunge (anche questo un comune refrain comenciniano) dagli occhi dell’infanzia.

Occhi diversi da quelli, celebri e tremendamente belli, di Bette Davis, attrice di levatura cosmica che getta sul film, come in tutti i suoi film, una sfavillante e tetra malìa.

Ettore Scola – parte 1

A poche ore dalla scomparsa di Ettore Scola, propongo il mio piccolissimo omaggio: una carrellata cronologica (divisa in due parti) dei sei (6) film più rappresentativi del regista romano. Per chi non li ha visti, sarà un’opportunità per avvicinarsi al cinema di Scola; per chi li conosce, un’occasione per discuterne.

“Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”, 1968.

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L’avventuroso editore romano Di Salvio (Alberto Sordi), in fuga dallo stress e dalla monotonia borghese, trascina il suo dipendente Ubaldo Palmarini (Bernard Blier), un pavido ragioniere marchigiano, nel cuore dell’Africa per rintracciare il cognato scomparso (Nino Manfredi), che ha lasciato dietro di sè una scia di truffe, crimini e donne impazzite. Una delle più genuine e divertenti commedie all’italiana.

Ispirato a una storia di Topolino (R. Scarpa) e al conradiano Heart of Darkness, il ritmo vivace e il tono scanzonato non pregiudicano l’efficacia della pungente critica mossa al colonialismo economico e culturale imposto dall’uomo bianco, e anche alla visione idealista e romantica dell’alterità culturale incarnata da Di Salvio. La coppia Sordi-Blier è eccezionale, indimenticabile poi la fotografia e le tracce di Trovajoli.

“C’eravamo tanto amati”, 1974.

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Forse il film più celebre di Scola, tanto che il titolo è entrato nel linguaggio comune per indicare l’avvenuta rottura fra amici un tempo inseparabili. Che in fondo è quel che accade a Gianni (Vittorio Gassman), Antonio (Nino Manfredi) e Nicola (Stefano Satta Flores); dopo aver fatto insieme i partigiani e condiviso gli ideali comunisti, il primo diviene un borghese altolocato, il secondo resta proletario, il terzo è un intellettuale fallito. A dividere e riunire i tre amici è anche la figura di Luciana (Stefania Sandrelli), lungo un arco di tempo che va dal dopoguerra agli anni ’70.

Ancora una volta un ritratto dolceamaro di vizi e virtù della società italiana, che omaggia apertamente De Sica confessando l’evidente debito nei confronti del cinema Neorealista. Amicizia, idealismo politico e il rapporto fra solitudine e ricchezza sono fra i temi principali del film, che tuttavia è forse, sopra ogni cosa, una nostalgica elegia della gioventù e malinconica cognizione delle sue promesse infrante.

“Brutti, sporchi e cattivi”, 1976.

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Per metà una parodia, per metà un documentario che analizza le baraccopoli disastrate della Roma periferica. Al centro della pellicola la famiglia Mazzatella, e in particolare il personaggio di Giacinto, caratterizzato magistralmente da Nino Manfredi.

Film suggestivo e originale che indugia fra criminalità, povertà, pervertimenti e prostitute, divertendo per mezzo di quella che Moravia definì “un’estetica del brutto”, del ripugnante e dell’innominabile.

Le migliori 10 commedie all’italiana – di RC

Per commedia all’italiana si intende un genere che descrive la modernità italiana in un contesto nazionale, regionale o addirittura specificamente cittadino (la Roma di Scola, la Firenze di “Amici miei”, la Napoli di “Pasqualino settebellezze”, la Sicilia di “Divorzio all’italiana”). Caratteristica principale della commedia all’italiana da un punto di vista organico è la sostanziale ambiguità etica che impregna la pellicola: lo spettatore è invitato a stabilire un rapporto di empatia con i personaggi, ma anche ad esprimere un giudizio morale sui difetti ed i vizi che tali personaggi incarnano.

Altro aspetto ricorrente della commedia all’italiana è la satira, che colpisce non soltanto gli interpreti, ma più in generale la società e le sue contraddizioni: povertà, qualunquismo, corruzione, mito del benessere, mafia, pregiudizi, e via dicendo.

La commedia all’italiana nacque negli anni ’50 e tramontò definitivamente negli anni ’80, dopo aver contribuito a rendere il nostro cinema uno dei più apprezzati del mondo, sia dal pubblico che dalla critica.

10° La terrazza, di E. Scola

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Impietoso affresco corale della ricca borghesia romana, che analizza tutti (politici, dirigenti, artisti, produttori, attori, giornalisti) e non salva nessuno. Nell’insieme un po’ farraginoso, ma contiene ottimi spunti (molti poi ripresi dal sovrastimato ‘La grande bellezza’ di Sorrentino), dialoghi intelligenti e talvolta profetici. Struttura a episodi, fra cui spiccano quelli di Serge Reggiani e JL. Trintignant, meno Tognazzi e Mastroianni, un po’ fiacco quello di Gassman.

9° Fantozzi, di L. Salce

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Il primo Fantozzi (l’unico a poter vantare una certa sincerità artistica) introduce nella cinematografia italiana, tradizionalmente legata alla commedia degli equivoci e alla satira, l’archetipo culturale dello schlemiel, declinato attraverso uno humour surreale, ma spietato. Scene tremende e indimenticabili, che rappresentano iperbolicamente l’ordinaria mediocrità del sottoproletariato urbano. Tratto dal libro omonimo di P. Villaggio.

8° Divorzio all’italiana, di P. Germi

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Ritratto a luci fosche della Sicilia post-bellica, in cui codice cavalleresco e aristocrazia sopravvivono alla modernità, così come i vizi antichi degli uomini. Il barone Fefé (uno splendido Mastroianni), innamorato della giovane Angela (una giovanissima e splendida, in entrambi i sensi, Stefania Sandrelli), vuole liberarsi della moglie. Il divorzio non esiste, ma il delitto d’onore sì…

7° Pasqualino settebellezze, di L. Wertmuller

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Il giovane Pasquale (G. Giannini), unico uomo in mezzo a sette sorelle orrende, finisce nei guai per aver difeso l’onore della famiglia. Il tribunale, il manicomio, la guerra, la prigionia nazista, e, forse, il ritorno. Commedia cupa che oscilla fra la bellezza di Napoli e l’orrore della guerra, fra antichi codici morali e barbarica assenza di moralità, fra i pregiudizi di una società arcaica e la speranza di una vita piena.

6° La grande abbuffata, di M. Ferreri

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Il regista-sociologo dirige uno dei suoi film migliori, chiudendo quattro uomini in una casa (Mastroianni-Noiret-Piccoli-Tognazzi) e lasciando che diano liberamente sfogo ai loro istinti primordiali, esemplificati dalla costante dialettica fra cibo e sesso. La combinazione fra nichilismo morale e impulso consumistico è letale e l’abbrutimento dell’individuo per mezzo di una volontà cieca, brutale, irrazionale (Schopenhauer) conduce necessariamente all’autodistruzione. Soltanto attraverso la donna vi è speranza di salvezza, ma forse per motivi semplicemente biologici.

5° I soliti ignoti, di M. Monicelli

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Storia di una rapina. Probabilmente il miglior caper movie italiano, vi figurano il mitico Totò, Gassman e Mastroianni. Considerato (e a ragione) come il fondamento storico della commedia all’italiana, è un film che si discosta dal paradigma neorealista in voga all’epoca per indagare la quotidianità attraverso la caricatura, che è non soltanto filmica, ma meta-filmica, poiché in chiave parodistica emula i gangster movies americani ravvisando con profetico anticipo l’influenza devastante della cultura (?) e dell’immaginario statunitense sulla società italiana. Imperdibile.

4° Amici miei, di M. Monicelli ma da un soggetto di P. Germi

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Quattro amici fiorentini di mezza età, provenienti da diversi status sociali ma uniti da un comune sentimento di inadeguatezza e rassegnata infelicità, si dilettano in burle da professionisti. In seguito diventano cinque. Poi tornano ad essere quattro. Il tema dell’amicizia virile, ricorrente nel cinema monicelliano, si lega al disincanto. L’amicizia, vero fulcro tematico del film, è allo stesso tempo un’evasione salvifica dal grigiore meschino dell’esistenza ordinaria, e una maledizione che, incombendo collettivamente sui singoli personaggi, ne impedisce l’integrazione e la maturazione individuale. Fantastici Noiret, Tognazzi, Celi, e in fondo anche Moschin e Del Prete.

3° C’eravamo tanto amati, di E. Scola

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Trent’anni di storia italiana in circa due ore di pellicola. Tempo speso bene, perché si tratta del miglior Scola, capace di alternare il registro biografico e psicologico dei singoli interpreti, ciascuno dei quali incarna un modello particolare di italianità, a un più ampio registro storico, grazie al quale l’esistenza dei personaggi è incastonata in un quadro di riferimento che li contiene e, parzialmente, li spiega. Storia italiana, ma anche una storia d’amore.

2° Il sorpasso, di D. Risi

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Mai parola fu più abusata, ma mai più appropriata in questo caso, di “capolavoro”. Ritratto amaro del boom economico, quasi documentaristico nei contenuti quanto simbolico nella forma. L’innocenza, l’ingenuità e l’arrivismo di un bravissimo Trintignant, giovane studente destinato a un futuro radioso, opposti alla verve cialtronesca di uno strepitoso Gassman, fanfarone ammaliante che sbarca il lunario frodando il prossimo. La grandezza di Risi sta nell’aver mantenuto (cosa che non ha fatto in altri lavori) un’empatia profonda per entrambi i personaggi, caratterizzandone pregi e difetti, senza esaltare l’uno per denigrare l’altro. Film che ha influenzato profondamente il cinema, trattandosi di una delle commedie più belle di sempre, e (film più, film meno) del terzo road-movie della storia del cinema.

1° La grande guerra, M. Monicelli

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Un grande Gassman e un grande Sordi regalano al cinema mondiale questa gemma pluripremiata, che amalgama con straordinaria perizia comicità e dramma, ambientando la vicenda in un’Italia piegata dal primo conflitto bellico, ricostruito con dovizia di particolari e veridicità storica. I toni sono coinvolgenti, ma mai patetici; divertenti, mai stucchevoli; intensi, mai eccessivi. Geniali anche alcune trovate registiche, fra tutte l’angosciante piano sequenza finale, ma anche l’uso iterativo (una novità all’epoca) di parole appartenenti a registri volgari, per evocare un’Italia che trovò nel conflitto bellico una tragedia immensa, ma anche un comune spirito di appartenenza che finisce per cancellare non solo le distanze geografiche, ma anche quelle nazionali (la memorabile scena del caffè). Rischiò una pesante censura perchè fu il primo film dopo il fascismo a rappresentare gli italiani non come eroi, ma per quello che erano: uomini.