Lo scopone scientifico

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Definito dal regista Luigi Comencini come una “giusta favola sulla lotta dei deboli contro i potenti”, bisogna dire che in effetti non solo l’intreccio narrativo, ma anche la scenografia evoca toni fiabeschi. I miserabili Peppino (Alberto Sordi) e Antonia (Silvana Mangano) vivono con cinque figli nella sordida baraccopoli di una periferia romana e sbarcano il lunario commerciando in robivecchi e imbellettando cadaveri per conto di una vicina pompa funebre.

Come ogni anno, un’anziana miliardaria americana (Bette Davis), travestita da filantropa, si reca nella sua regale villa romana e invita Peppino e Antonia per una partita milionaria a scopone scientifico. I milioni, manco a dirlo, li mette lei, e ogni anno se li rivince. Questo però sembra essere l’anno buono per i due poveracci, che una sera riescono a portare a casa un’insperata vittoria. Ma è solo l’inizio di un tremendo gioco al rialzo…

Il film si regge su un fragile doppio chiasmo di tensioni latenti, rappresentate dai rispettivi personaggi: da un lato Silvana Mangano, ambiziosa e spietata come Bette Davis, e dall’altra i rispettivi consorti, trascinati in un gorgo caustico di azzardo violento da cui traggono più ansie e dissapori che speranze. Eppure le coppie che concretamente si fronteggiano al gioco sono invece i popolani Sordi e Mangano da un lato, e la miliardaria e il suo asservito cicisbeo, dall’altro.

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Sullo sfondo giace, come spesso nella filmografia comenciniana, il contrasto fra le classi. Nel perverso gioco del mondo, le cui regole sono fondate sul perseguimento di un’unico obiettivo – il denaro, che dà potere, o il potere, che dà denaro – l’alienazione è tale che persino la violenza non è contemplata, se non dall’unico sguardo disincantato che giunge (anche questo un comune refrain comenciniano) dagli occhi dell’infanzia.

Occhi diversi da quelli, celebri e tremendamente belli, di Bette Davis, attrice di levatura cosmica che getta sul film, come in tutti i suoi film, una sfavillante e tetra malìa.

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“La grande bellezza”, di Paolo Sorrentino, drammatico, 2013. Recensione di I.S.

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TRAMA

Jep Gambardella (Toni Servillo) è un giornalista di arte e costume che scrive per una rivista prestigiosa, impiego che si è guadagnato grazie al capolavoro giovanile “L’apparato umano”, il suo primo (e unico) libro, scritto quarant’anni prima. Jep è anche il re dei mondani, colui che solo grazie alla propria presenza (o assenza) può esaltare o distruggere una festa. Il suo sessantacinquesimo compleanno segna l’apertura di una crisi interiore che lo porta a riflettere sulla sua vita, mal spesa fra raduni di intellettuali salottieri e frivole baldorie altoborghesi. Passeggiando fra i vizi della Roma contemporanea, Jep guarderà dentro sè stesso in cerca di un’agognata catarsi che potrebbe portarlo a una doppia redenzione, etica ed artistica.

CRITICA (attenzione: può contenere spoiler)

Recensire “La grande bellezza” è particolarmente difficile, e questo non perchè il film sia difficile. La difficoltà sta nel fatto che in Italia è stato generalmente stroncato, mentre all’estero ha goduto di un’esaltazione pressoché unanime. Dove sta la verità? Secondo noi, nel mezzo.

Cominciamo con l’elencare i meriti del film. Innanzitutto l’intenzione: “La grande bellezza” è un film sincero. Non è un blockbuster, non è un kolossal ispirato a una leggenda o a un fumetto, non è una trovata commerciale. È invece un film che racconta una storia, una storia che poi è un paradigma, ovvero il modello di un artista sensibile e raffinato che si smarrisce nelle vane cose del mondo senza perdere il lucido occhio critico che gli permette di vedere la decadenza intorno a lui e in cui lui stesso è affondato. Ma è anche un film, come scritto nella trama, redentivo: il protagonista cerca una purificazione all’esistenza vuota che lui stesso ha forgiato. Il personaggio del mago richiama infatti al motivo della vita come illusione, mentre il personaggio della suora evoca l’essenzialità, delle azioni e dei sentimenti – “Sai perchè mangio solo radici? Perchè le radici sono importanti”. E proprio tornando alle radici Jep troverà quella grande bellezza che stava cercando, e la troverà nel grande amore perduto molto tempo prima. E sarà quell’antico (e primissimo) amore, quella radice essenziale che gli permetterà di superare il blocco creativo che lo aveva afflitto per quarant’anni, completando così una redenzione artistica dopo quella morale.

Un altro merito sono gli alti riferimenti, letterari e cinematografici. La dialettica fra il tempo presente e il tempo perduto, fra la vanità dell’esistenza e l’eternità della creazione artistica sono temi profondamente proustiani: solo l’arte può riscattare il dolore e il disordine del vissuto, e solo attraverso l’infinita fruibilità dell’opera d’arte l’uomo può trovare consolazione alla finitudine della vita e alla sua nientificazione. Il tema del nulla è anch’esso molto presente, e per due volte si fa riferimento a Flaubert e al suo ipotetico “romanzo sul nulla”. E insieme a Céline (citato in apertura) si trovano echi dannunziani (l’esteta che fa della sua vita un’opera d’arte, per poi vedere un fantasma di fronte allo specchio) e persino huysmaniani (solo una fede, che sia religiosa, artistica oppure morale, può salvare l’uomo dal baratro esistenziale).

Con i riferimenti cinematografici cominciano infine le note dolenti. Inevitabile che un film con gli stessi temi della “Dolce vita”, gli stessi luoghi e persino gli stessi scenari (le terme di Caracalla, tanto per dirne uno) non regga il paragone con quello che è (giustamente) considerato come uno dei film migliori della storia del cinema. Ma ciò che è intollerabile è che la “Grande bellezza” non si limita a trarre ispirazione, si dedica piuttosto a una “rielaborazione contemporanea” che sa molto di emulazione. Ad esempio, nella “Dolce vita”  troviamo un “giovane Jep Gambardella” alle prese con gli stessi problemi: la vanità della vita, il richiamo della mondanità, la vocazione artistica non consumata, le feste degeneri, l’assenza (o la lontananza) di Dio, la ricerca tormentata di un’etica; persino il cameo di Celentano ha corrispondenza in quello di Venditti. Lo stesso dicasi per alcune scene di “Otto e mezzo”, basti pensare al suggestivo incontro di Mastroianni con il cardinale nell’atmosfera fumigante del bagno turco, dove fanghi e vapori simbolici creano una straordinaria allegoria visiva, e paragonarlo con l’episodio parallelo in cui Servillo lancia frecciatine al cardinale seduto a tavola, o lo interroga in automobile: entrambe le scene rappresentano la profonda crisi del personaggio che è incapace di fede ma allo stesso tempo soffre questa incapacità, eppure la prima scena si svolge con surreale eleganza, la seconda con una semplicità tanto esplicita quanto banale.  O ancora “La terrazza” di Scola, dove un gruppo di intellettuali e  ricchi borghesi si riuniscono periodicamente su una terrazza per godere di una compagnia reciprocamente sgradita, tema (e scena) che assomiglia pericolosamente al salotto che Jep frequenta abitualmente. Per quanto riguarda Fellini si potrebbe affermare che i suoi personaggi erano figure complesse, a volte indecifrabili, ma sempre poetiche e dipinte con grande accuratezza. In questo caso invece Sorrentino plasma delle bozze più che dei ritratti, che spesso eccedono in macchiettismo (il cardinale, la suora, Romano, Lello Cava, Ramona, il padre di Ramona).

Infine la critica di costume è grossolana e superficiale, come i personaggi. La decadenza è denunciata con tale semplicistico candore che lo spettatore percepisce estraneità e disprezzo verso le figure rappresentate; quando invece dovrebbe sentirsi coinvolto a tal punto da sentire dentro di sè il germe della perdizione. Questa è la differenza che intercorre fra il party scatenato di Sorrentino e le danze improvvisate alle terme di Caracalla della “Dolce vita”. “La grande bellezza” è insomma un film ridondante che non aggiunge nulla di nuovo alla critica della modernità (tuttora attuale e ben più profonda quella di Fellini), nulla di nuovo alla critica del costume italico (ben più feroce, incisiva, disperata e completa quella di Scola, che aveva considerato anche la classe politica a differenza di Sorrentino), nulla di nuovo al cinema in generale.

Qualche parola buona sulla fotografia e sulla magnifica colonna sonora bisogna certamente spenderla, ma un film di tali ambizioni non avrebbe dovuto servirsi dello scarso e poco divertente Verdone e soprattutto di Buccirosso che è uno dei più irrimediabili e degni ambasciatori del cinema-spazzatura vanziniano. Forse anche questo era un tentativo di redenzione, poco riuscito però.

In conclusione ci troviamo di fronte a un film che nonostante molte ottime intuizioni non riesce a portarsi al livello delle proprie smisurate ambizioni . E questo accade principalmente a causa: dell’ordito grossolano che compone situazioni e personaggi; dell’eccessiva aderenza ad alcuni classici che lo precedono; della scarsa abilità di alcuni interpreti.

Bellezza può darsi, ma di certo non grande.

6/10