Landolfi e il gioco d’azzardo

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Les Joueurs des Cartes, Cézanne.

A cagione di una peculiare disposizione del carattere, noi gente comune si tende ad apprezzare un detto o un discorso quanto più esso corrisponda a ciò che serbiamo nel pensiero, o nel cuore. La letteratura raramente si sottrae a questa legge del similia similibus; ed è così che finiamo per amare un autore quanto più egli pare indovinare qualcosa che già sappiamo, ma che non abbiamo avuto la pazienza di articolare in bello stile.

Di recente mi è capitato con Landolfi, il quale scrive nel diario Rien Va: “Molti spiriti attenti ignorano, pure, il gioco o assurdamente pensano di poterne fare a meno, come esperienza, come oggetto di riflessione e indagine: quasi non fosse uno dei grandi motori dell’umanità”.

Poniamo come punto d’origine il non-traguardo del contemporaneo (volendo, nietzscheano) homo nihilistus, disincantato e dunque depauperato di ogni ideale, principio morale, convinzione o religione: l’esistenza è allora un viaggio costituito da una continua deriva verso nessun orizzonte, senza meta né direzione.

In questo panorama desolante, arido di senso, il gioco si manifesta come unica possibile attività seria dell’esistenza: in quanto le regole arbitrarie rispecchiano l’arbitrarietà di ogni regola umana; in quanto ha facoltà di rimandare la coscienza del nulla a una serie potenzialmente infinita di momentanei divertissements; spingendo dunque l’ego a confrontarsi direttamente con l’eventualità presente di una realtà confusa, assurda e disarticolata, indifferente all’esistenza umana e perciò tanto più veracemente divina (quanto il dio epicureo).

Ne è cosciente Landolfi nei suoi scritti, soggiogato a vita dal mistero del gioco. Solamente attraverso il rischio, e la conseguente sconfitta, gli par di riappropriarsi di una tantalica pienezza esistenziale: “Io peccatore godo, ad esempio, della purezza ch’è il gioco, e voglio dire, insomma, che solo a chi esce dal baratro infernale possono apparire vergini le stelle” (La Spada).

È però ovvio che il gioco, come ogni altra attività dello spirito, non fornisce che un sollievo temporaneo all’esiziale sentimento del nulla. Chi cerca nel gioco una dimensione salvifica (così come chiunque la cerchi altrove e in generale) è destinato allo scacco: “Il gioco è certo un’alta, forse la più alta attività dello spirito; ma quando esso diventa quotidiano e abituale, quando, perdendo di mistero, d’avventura, di fantasia, muta natura, per diventare un’attività umana, e cioè antispirituale (giacché quale attività dello spirito resisterebbe all’abitudine)?” (La bière du pêcheur).

Difatti, per un genuino homo nihilistus (quale Landolfi era) ogni stato di cose passato, attuale o futuro non può verificarsi che con l’arbitraria e insignificante esuberanza di un gioco: tutto è gioco. E perciò il gioco è tutto.

Odradek – brevi spunti su un racconto di Kafka

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Il titolo del racconto kafkiano Die Sorge des Hausvaters, edito in Italia come Odradek, significherebbe all’incirca “La preoccupazione di un padre di famiglia”. Parla di uno strano oggetto, in qualche maniera vivo, di nome “Odradek”.

Di tanto in tanto Odradek parla, si muove, ha un aspetto simile a quello che vedete in foto. A volte giace fermo e immobile, come se fosse inanimato. La stessa etimologia del suo nome è incerta, oscilla fra il proto-slavo e il proto-germanico.

Odradek costituisce per il padre di famiglia, che è il narratore, una preoccupazione. Il padre di famiglia è inquieto perchè Odradek gli sopravviverà, ed esisterà anche più a lungo dei suoi eredi. Il padre di famiglia è costernato perchè lui stesso, in quanto padre di famiglia, ha uno scopo, mentre Odradek non ne ha alcuno. Il padre di famiglia è disorientato perchè si ritiene in qualche modo completo, mentre Odradek sembra essere il relitto di qualcosa di più grande.

Si è dibattuto a lungo sul significato del racconto, misterioso e paradossale come gran parte della produzione di Kafka. Sono state tentate interpretazioni psicanalitiche, politiche, biografiche. Qui ne azzardo una esistenzialista.

Il padre di famiglia è perfettamente integrato nel suo ruolo di padre di famiglia. In quanto padre di famiglia ha un preciso scopo, una funzione sociale, degli affetti familiari e una fissa dimora. Da un punto di vista esistenziale, si può affermare che il padre di famiglia trovi il senso del proprio esistere nel medesimo ruolo che ha assunto sopra di sè: quello di padre di famiglia. Un ruolo di estrema responsabilità che non permette dubbi, né esitazioni.

Odradek rappresenta invece le ansie innominabili del padre di famiglia, che potrebbero coincidere con le caratteristiche ultime della natura: il timore che l’esistenza non abbia significato alcuno, l’angoscia per un mondo che potrebbe essere assurdo, la percezione che le scelte da lui fatte non rappresentino una rotta ben precisa ma piuttosto episodici e repentini cambi di direzione in uno spazio vuoto e immenso.

Forse Odradek è la natura stessa dell’universo che si rivela intrinsecamente paradossale, vuota di senso e innominabile – difatti, il verbo proto-slavo odradeti significa “dissuadere”. Quindi Odradek, né vivo né non-vivo, né completo né incompleto, né naturale né artificiale, espressione oscura e purissima dell’enigma dell’universo, ci dissuade dal tentare di comprenderlo.

Per questo il padre di famiglia, malgrado le sicurezze che negli anni si è faticosamente costruito, è preoccupato.

“Epepe”, Ferenc Karinthy

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Epepe (1970) è un bizzarro romanzo di Ferenc Karinthy, poliedrico autore ungherese con pregressi e approfonditi studi in linguistica. Ed è principalmente un libro sul linguaggio, giacché la trama narra appunto di un insigne linguista, Budai, atterrato per errore in un paese sconosciuto e di cui non riesce, malgrado i numerosi sforzi, a comprendere né il linguaggio, né la posizione.

Nella caotica, sovraffollata metropoli in cui si trova, una bionda ascensorista di nome Epepe (o forse Edede, Djedje, Tete e quant’altro) è l’unica presenza che sembra manifestare interesse nei suoi confronti. Muovendosi di delusione in delusione, di frustrazione in frustrazione, Budai vaga per gli inesauribili spazi della città sconosciuta come in un labirinto.

La relazione con Epepe costituisce uno snodo cruciale della narrazione, tanto che dà il titolo al romanzo. Eppure, non si può dire che ne sia il centro. Si tratta infatti di un racconto decentrato (e decentrante), proprio come la metropoli percorsa da Budai i cui punti di riferimento, faticosamente guadagnati dopo molte peripezie, corrispondono in realtà a segmenti arbitrari di linee tortuose, instabili, mutevoli come una folla di persone in movimento e altrettanto minacciose.

Può darsi che Karinthy volesse denunciare l’anonimo inferno di ogni metropoli contemporanea, come forse interpretarono i primi traduttori della novella in lingua inglese (Metropole). Un luogo costruito su paradossi, come quello di sperimentare una profonda solitudine in mezzo a una folla, di non riuscire a comunicare nonostante sovrabbondanza di lingue, di non riuscire a identificarsi di fronte alla coesistenza di molteplici identità in un singolo centro urbano. Può dunque esser vero, come ipotizza Budai, che in quella città “esistono tanti linguaggi quante sono le persone”.

Una lettura politica potrebbe invece interpretare Epepe come una critica della condizione dell’intellettuale nella società moderna. In un contesto metropolitano caratterizzato da una collettiva solitudine e da una marcata incomunicabilità, il talento di Budai e le sue conoscenze si rivelano inutili. Per sopperire ai propri bisogni è invece costretto a svolgere un lavoro manuale che lo consuma, debilitandolo.

Quale che sia l’interpretazione che preferiamo, Epepe incide la fantasia del lettore come un incubo svanito alle prime luci del mattino, e che tuttavia rimane incastonato nella coscienza come un presagio, o come la traccia di una verità impronunciabile.

 

Filosofia e Humour: i tre approcci classici

 

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Malgrado l’umorismo sia tuttora un insolvibile mistero, per molto tempo non è stato, in filosofia, trattato come un serio argomento di riflessione. Fra le ragioni di tanto ostracismo vi è sicuramente il fatto che la visione dominante nei tempi antichi, proposta da Platone e Aristotele, vedeva nell’umorismo un impulso immorale e anti-sociale, giacché (secondo loro) la causa dell’umorismo è il sentimento di superiorità che si prova nel vedere gli altri in difficoltà. Insomma, l’umorismo secondo tale teoria coincide con il mero sentimento di schadenfreude, la gioia per i malanni altrui (ἐπιχαιρεκακία in Aristotele). Questa teoria è detta 1)Superiority Theory.

Una seconda teoria, avanzata in primo luogo da Kant e portata avanti da Schonpenhauer e Kierkegaard, vede la causa dell’umorismo nella “improvvisa trasformazione di un’aspettativa in nulla”. Questa teoria, 2)Incongruity Theory, individua dunque nella percezione e poi nell’improvvisa risoluzione di un’incongruità il “grilletto concettuale” dell’umorismo. Molto spesso i giochi linguistici hanno un ruolo chiave in questo tipo di teoria. Il caso, per esempio, del celebre “un uomo entra in un caffè, e splash!”. L’ambiguità semantica (caffè come locale, caffè come bevanda) crea un’ambiguità che viene subito dissolta; con la risoluzione, si genera l’umorismo (forse).

Una terza possibilità, a partire da Freud, è 3)Relief Theory. L’umorismo non è che uno sfogo improvviso che segue un accumulo di tensione nervosa. Questo approccio verrebbe supportato da recenti studiti che vedono nella risata l’approdo evolutivo di un originario meccanismo di difesa istintivo, per indicare che un pericolo incombente non è più presente, o non è più pericoloso.

La soluzione più probabile? E chi ha detto che ce ne debba essere una soltanto?

 

Filosofia della Contraddizione – East & West

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Manoscritto del Sutra del Diamante.

Buona parte della storia filosofica in Occidente si è sviluppata sotto l’egida e l’influenza del pensiero aristotelico, che contribuì a plasmare il moderno pensiero scientifico, il concetto stesso di metafisica e la logica classica. Assunto cardinale del pensiero aristotelico (e raramente discusso nella filosofia che seguì) è il principio logico di non-contraddizione (LNC), espresso nella Metafisica dalla celebre formula “È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo”. Tale principio si raffigura logicamente come             ~(A ∧ ~A), in parole povere un determinato oggetto (o proposizione) non può essere e non essere (vero o falso) allo stesso tempo. Ad esempio, un gatto non può essere allo stesso tempo vivo e morto.

Uno spunto antitetico si trova nel Sutra del Diamante, che sviluppa in varie occasioni un ragionamento agli antipodi:

“Subhuti, that which is called the Buddha Dharma is not the Buddha Dharma; therefore it is called the Buddha Dharma”.

“The Buddha teaches that “prajna paramita” (perfection of wisdom) is not prajna paramita. Therefore it is called prajna paramita”.

Lo schema logico di tale formula è “A non è A; dunque, è A”, e consegue direttamente da un’interpretazione del mondo fondata non sulle categorie di sostanza ed essere, ma piuttosto su quelle di inter-connessione e impermanenza. In breve, sono qui opposte due verità, coesistenti e coincidenti, eppure diverse: la verità convenzionale, della vita di tutti i giorni, ove gli oggetti hanno una precisa identità e un’altrettanto precisa denominazione, e la realtà ultima, che consiste in un regime dinamico di compenetrazione e co-reciprocità di tutti i fenomeni dell’universo, in cui ogni discriminazione dualistica viene abolita e nemmeno la distinzione fra vivo e morto, esistente e non-esistente ha un senso.

Interessante notare (già stato fatto in numerosi trattati) le affinità fra alcune millenarie tradizioni buddhiste e la moderna fisica quantistica: secondo il principio di sovrapposizione, la realtà a livello subatomico è intrinsecamente contradditoria in quanto

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Fortunatamente il principio di sovrapposizione non si applica negli stati macroscopici della realtà. Dunque il suddetto gatto non contraddice la logica aristotelica

il medesimo oggetto può trovarsi al medesimo tempo in due stati logicamente
contradditori. A questo principio fa riferimento il celebre esempio del gatto di Schrödinger, un paradosso secondo il quale un gattino rinchiuso nella speciale scatola
di Schrödinger potrebbe essere simultaneamente sia vivo che morto.

Miracoli della natura. O orrori della filosofia?

Pescare un pesce gatto con una zucca

"Pescare un pesce con una zucca", particolare, Josetsu.

“Pescare un pesce gatto con una zucca”, particolare, Josetsu.

“Pescare un pesce gatto con una zucca” è un dipinto di Josetsu, pittore e monaco giapponese del 15° secolo, ispirato a un indovinello posto dallo Shogun degli Ashikaga. Tipico esempio di umorismo Zen, basato su immagini surreali o frasi assurde, pescare un pesce gatto con una zucca è manifestamente impossibile; è probabile che il significato nascosto del dipinto (ammesso che ve ne sia uno) faccia riferimento alla natura viscida e arrotondata della zucca e del pesce gatto per illustrare la natura indefinibile della realtà nel suo insieme.

Non è un caso che il pescatore, disegnato a tratti chiari e netti, si stagli in un orizzonte incerto, in cui acque e montagne sembrano confluire nella nebbia incerta da cui allo stesso tempo le forme della realtà emergono continuamente. La nebbia rappresenta dunque la transitorietà, che è, nella concezione Zen dell’Universo, l’unico aspetto eterno della realtà.

Mentre il carattere liquido, inafferrabile degli oggetti ritratti ci suggerisce che essi siano privi di una particolare essenza che li contraddistingue, presentandosi piuttosto come effetti temporanei di interazioni multiple, cui la mente tende a conferire un valore assoluto. Questi temi sembrano accordarsi pienamente con il complesso sistema filosofico di Nagarjuna, pensatore indiano del 3° secolo. Ma questa è un’altra storia…

Maestro Hakuin e l’espressionismo astratto

Hakuin Ekaku (1686-1768) fu uno dei più celebri maestri Zen nella storia del Giappone, conosciuto per i suoi comportamenti enigmatici. I suoi insegnamenti venivano trasmessi tramite la meditazione, i koan (rompicapi buddhisti) e anche tramite l’arte. Nello Zen si privilegia infatti la comprensione intuitiva, istantanea, invece di quella logico-deduttiva mediata dall’intelletto; le opere d’arte, così come i gesti, i detti, i racconti, sono capaci di illuminare il fruitore nello spazio momentaneo d’uno sguardo.108-Hakuin-Ekaku-Daruma

Questo daruma ad esempio, un ritratto di Bodhidharma ma, più in generale, di ogni autentico maestro Zen, fu dipinto nel XVIII secolo e rappresenta appunto un maestro in meditazione, riconoscibile dal profilo appena abbozzato che evoca la posizione del loto.

Oltre a potersi ascrivere alla categoria dell’espressionismo astratto, che in Occidente nacque molto più tardi, il ritratto suggerisce la compenetrazione fra uomo e natura, fra pieno e vuoto, l’onnipresenza del nulla inteso come processo di eterna trasformazione e co-dipendenza delle cose del mondo, l’importanza dello zazen (la meditazione da seduti) nello Zen e l’imperturbabilità del saggio Buddhista.

La presunta imperturbabilità di Maestro Hakuin è anche raccontata in un celebre aneddoto: si dice che una giovane ragazza fu scoperta gravida dai genitori, che, pur picchiandola, non riuscirono a farsi dire chi fosse il padre. A un certo punto la ragazza fece il nome di Hakuin. I genitori, furiosi, si presentarono al suo cospetto, e dopo avergli fatto una scenata gli dissero che sarebbe stato compito suo allevare il bambino. Hakuin non disse altro che: “Ah, davvero?”. Così il bambino nacque, Hakuin lo prese con sè e lo nutrì con latte di capra fino a quando la ragazza, pentita, non si decise a dire la verità. A quel punto i genitori, mortificati, si presentarono da Hakuin e lo pregarono di scusarli e di restituire il bambino, implorandolo di essere perdonati per la loro ingenuità. Hakuin non si scompose e prima di restituire il bambino si limitò a rispondere: “Ah, davvero?”.

La “cosa” e il linguaggio in Occidente e in Cina. RC

Ludwig Wittgenstein scrisse che “i limiti del linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Uscendo dal terreno della logica, il preferito dal filosofo austriaco, anche l’etimologia comparata offre esempi interessanti di come il linguaggio possa condizionare il pensiero (o viceversa).

La parola “cosa” deriva dal latino “causa“, che non abbisogna di traduzione, mentre l’inglese “thing“, derivante dal germanico “ding“, indicava un oggetto inanimato o, per estensione, la materia. Anche nell’antica Grecia ci si riferiva agli oggetti in termini di specificità ed essenza (ousia), celebre è l’esempio del to de ti aristotelico, ovvero ciò-che-è-essente-e-determinato.

Stupisce come il termine “cosa” in Cinese venga reso con la locuzione “dōngxi” ( 東西) letteralmente “est-ovest”. Da questo semplice segnale linguistico vi è un indizio importante: mentre in Occidente il pensiero filosofico ha sempre considerato gli oggetti reali (e dunque anche gli individui, e la realtà in generale) come provvisti di una propria unicità, isolabili dal contesto ai fini di un’indagine approfondita, in Oriente la realtà è stata interpretata assai diversamente.

Difatti il vantaggio (ed il limite) del pensiero filosofico Cinese è la capacità di pensare contestualmente, riferendo ogni oggetto di indagine ad un quadro che lo predetermina, lo condiziona e ne è influenzato a sua volta. In breve, il pensatore Cinese rifiuta di concepire gli oggetti (e dunque gli individui, i fenomeni) isolatamente, poiché ogni oggetto (e ogni individuo, ogni fenomeno) si manifesta soltanto in relazione a determinate pre-condizioni e co-condizioni. Per definire (e delimitare) qualcosa bisogna perciò fare riferimento a diversi termini: una cosa viene dunque definita da due opposizioni correlate, come ad esempio est-ovest, e così accade ad esempio per il termine “paesaggio”, reso con la locuzione “shanshui” (山水), letteralmente “montagne-acqua”.

Il pensiero filosofico Occidentale ha nutrito e sostenuto la Rivoluzione Scientifica dell’età moderna, capace di isolare, analizzare e spiegare i fenomeni, eppure le scoperte contemporanee in ambito quantistico sembrano propendere per una concezione “Orientale” dell’Universo, in cui ogni fenomeno è in una situazione di co-dipendenza rispetto a un numero infinito di altri eventi e fenomeni, per cui non è isolabile in senso stretto.

In sintesi, una “cosa” potrebbe essere rappresentabile come una posizione precisa all’interno di un reticolo, determinata dall’intreccio di molteplici rette, infinite e infinitamente intrecciate con altre, ma non come un punto nello spazio vuoto, diviso e indivisibile rispetto al contesto. Qualunque “cosa” sia.

 

Le reliquie di Cristo: un business medievale

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La cristianità, sviluppatasi storicamente in Europa, ha amplificato il suo eco nei ceti popolari grazie alle celebrate reliquie, molte delle quali appartengono ai santi e molte (così si dice) a Gesù Cristo. I frammenti della Vera Croce erano già altamente diffusi nel IV secolo, tanto che Cirillo di Gerusalemme afferma che “tutta la Terra è piena delle reliquie della Croce di Cristo”. Fino all’epoca bizantina, complice la temporanea estinzione di molte tradizionali rotte commerciali dopo la caduta dell’Impero Romano, il ritrovamento delle reliquie fu una prerogativa di re e imperatori, come accadde per l’imperatrice Elena che con i suoi preziosi ritrovamenti (quasi tutti in Italia) si guadagnò la santità.

Con il Medioevo iniziano però le crociate, e da quel momento si assiste a un vero e proprio fiorire di chiodi, frammenti di croce, sudari e altro ancora. Esattamente come accade oggi, vi era chi non si faceva scrupoli di arricchirsi approfittando della credulità o delle sventure altrui; in Terra Santa (e non solo) esistevano infatti numerose botteghe artigianali dedite alla vera e propria costruzione di false reliquie. Nobili e cavalieri che giungevano in Medio Oriente erano soliti acquistare a peso d’oro alcune di queste per poi donarle al vescovado di appartenenza o custodirle nel proprio casato. La famosa sindone di Torino è scientificamente datata proprio in quest’epoca di guerre sante e loschi traffici. Boccaccio nel Decamerone raccontò la storia di un frate che promette ai fedeli di acquistare la penna dell’Arcangelo Gabriele e, avendo acquistato invece del carbone, lo spaccia per il carbone arrostito avanzato dal rogo di San Lorenzo. Infine anche Giovanni Calvino ironizzò sulle reliquie, affermando che con tutti i pezzi della Vera Croce sparsi in mezza Europa si potrebbe costruire una nave.

Il premio di reliquia più strana però se lo giudica senz’altro il Santo Prepuzio, ovvero il lembo di pelle residuo del pene di Gesù bambino dopo la circoncisione. Ne esistevano, secondo i commentari medievali, almeno una dozzina (piuttosto impressionante per essere il pene di un bambino!), il più famoso dei quali era custodito ad Anversa ed era stato acquistato dal re Baldovino I di Gerusalemme in Palestina, nel corso di una crociata (sic!). I Santi Prepuzi generavano ovunque un tale irrefrenabile entusiasmo che la chiesa si vide costretta, nell’anno 1900, a scomunicare non solo chi adorasse tale reliquia, ma addirittura chi osasse parlarne.

E guardando il successo riscosso tuttora dal teschio di San Giacomo, dal Sacro Sangue di Bruges e dal sangue di San Gennaro di Napoli, possiamo senz’altro affermare che esiste un miracolo: il miracolo che, dopo anni di contraffazioni e inganni, frodi e falsificazioni, qualcuno continui a credere che sia tutto vero.

Buon anno!

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Un augurio di buon anno nuovo a tutti i nostri lettori!

La festa di Capodanno è una celebrazione che esiste in tutto il mondo, anche se corrisponde a date differenti in molti calendari. Il nostro calendario è il più adottato al mondo e fu stilato dal papa Gregorio XIII sulla base dei calendari precedenti, calcolati in epoca romana. Il calendario della Roma repubblicana in origine prevedeva dieci mesi, di cui l’ultimo era Dicembre, e questa è la ragione per cui il nome dei mesi da Settembre a Dicembre richiamano un aggettivo numerale. Gennaio e Febbraio (dedicati a Giano e Febo) vennero aggiunti in seguito.

Augusto ribattezzò i mesi Quintilius e Sextilius in Luglio e Agosto, dedicati a Giulio Cesare (Iulius) e a lui stesso (Augustus). Altri imperatori megalomani tentarono di volta in volta di modificare il nome dei mesi, ma tali modifiche non sopravvissero: Caligola, Nerone, Domiziano, Carlo Magno e Napoleone.

Il calendario e le festività che abbiamo adottato sono ovviamente un’eredità mista di tradizioni pagane e catto-giudaiche, ma anche celtiche, come Halloween, anche se il capodanno celtico era fissato dal solstizio d’inverno (21 Dicembre). Il calendario celtico era intimamente legato ai processi naturali e alle stagioni, mentre quello gregoriano è calcolato al secondo sulle regolarità matematiche che misurano i movimenti astronomici.

Esiste però un punto in comune fra Romani, Celti, Latini, Mussulmani, Orientali e Occidentali: quando finisce il calendario, invariabilmente, si festeggia senza ritegno.