Lynch: poetica del Male dal manicheismo allo psicologismo

 

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Lynch e il suo rapporto col Male: qui insieme all’inquietante uomo nero di Mulholland Drive.

Pur ammirando profondamente la filmografia di David Lynch, dal cauchemardesco Eraserhead allo sfolgorante Mulholland Drive (escludendo lungo il tragitto qualche caduta di stile come Cuore selvaggio, che include il detestabile Nicholas Cage), vi ho sempre ravvisato una sottesa ingenuità di fondo, di carattere squisitamente morale, che ad ogni visione mi suscita una lieve ma persistente urticanza.

Lungo trenta e più anni di produzione cinematografica, Lynch descrive difatti in più pellicole un distacco netto e categorico fra le categorie del bene e del male, pur quasi sempre presenti nei suoi lungometraggi. Questa tendenza si fa particolarmente evidente a partire dagli anni ’80 fino ai primi ’90, con Velluto Blu, animando poi Cuore selvaggio, il film e la serie di Twin Peaks.

Particolarmente accentuato è il carattere manicheo di quest’ultima, che si regge su un dualismo nettamente demarcato in cui i portatori di valori morali (e viceversa i loro antagonisti) sono chiaramente delineati e assegnati in perpetuum ad una delle due fazioni in gioco: non a caso l’assassino di Laura Palmer non è l’esecutore materiale del delitto, piuttosto uno spirito demoniaco che incarna (seguendo uno schema piuttosto primitivo) le inintelligibili, inalterabili e ineradicabili forze del male.*

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Twin Peaks, ultima puntata della 2° serie.

Come se si volesse dedurre la violenza, l’assurdità ed ogni altro attributo negativo della realtà da un assiomatico Male Assoluto, un eterno e indecifrabile mistero negativo. E a tale insondabile malvagità cosmica si volesse opporre un altrettanto netto e categorico assioma, ovvero il Bene Assoluto.

Tale schema viene poi, con Strade Perdute e Mulholland Drive, introiettato nell’abisso dell’insondabile psiche umana – una soluzione più matura, giacché il male non viene differito a una dimensione soprannaturale, bensì ricollocato nel nucleo profondo della coscienza – là dove realmente sorge, non in quanto sinistra presenza metafisica ma in quanto eruzione violenta di impulsi repressi.

E proprio questi film sono forse i più riusciti di Lynch, che qui non rinuncia a indagare il problema del Male, ne scandaglia anzi le più cupe altezze, rinunciando però alla semplicistica opposizione manichea di un duopolio universale che oppone il bianco e il nero senza tener conto della loro compenetrabilità.

 

*Anche il critico Menarini (2002) parla di manicheismo in relazione alla poetica di Lynch.

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