“Epepe”, Ferenc Karinthy

67d20c9709f9087a090450a1cf108a2e_w_h_mw600_mh900_cs_cx_cy

Epepe (1970) è un bizzarro romanzo di Ferenc Karinthy, poliedrico autore ungherese con pregressi e approfonditi studi in linguistica. Ed è principalmente un libro sul linguaggio, giacché la trama narra appunto di un insigne linguista, Budai, atterrato per errore in un paese sconosciuto e di cui non riesce, malgrado i numerosi sforzi, a comprendere né il linguaggio, né la posizione.

Nella caotica, sovraffollata metropoli in cui si trova, una bionda ascensorista di nome Epepe (o forse Edede, Djedje, Tete e quant’altro) è l’unica presenza che sembra manifestare interesse nei suoi confronti. Muovendosi di delusione in delusione, di frustrazione in frustrazione, Budai vaga per gli inesauribili spazi della città sconosciuta come in un labirinto.

La relazione con Epepe costituisce uno snodo cruciale della narrazione, tanto che dà il titolo al romanzo. Eppure, non si può dire che ne sia il centro. Si tratta infatti di un racconto decentrato (e decentrante), proprio come la metropoli percorsa da Budai i cui punti di riferimento, faticosamente guadagnati dopo molte peripezie, corrispondono in realtà a segmenti arbitrari di linee tortuose, instabili, mutevoli come una folla di persone in movimento e altrettanto minacciose.

Può darsi che Karinthy volesse denunciare l’anonimo inferno di ogni metropoli contemporanea, come forse interpretarono i primi traduttori della novella in lingua inglese (Metropole). Un luogo costruito su paradossi, come quello di sperimentare una profonda solitudine in mezzo a una folla, di non riuscire a comunicare nonostante sovrabbondanza di lingue, di non riuscire a identificarsi di fronte alla coesistenza di molteplici identità in un singolo centro urbano. Può dunque esser vero, come ipotizza Budai, che in quella città “esistono tanti linguaggi quante sono le persone”.

Una lettura politica potrebbe invece interpretare Epepe come una critica della condizione dell’intellettuale nella società moderna. In un contesto metropolitano caratterizzato da una collettiva solitudine e da una marcata incomunicabilità, il talento di Budai e le sue conoscenze si rivelano inutili. Per sopperire ai propri bisogni è invece costretto a svolgere un lavoro manuale che lo consuma, debilitandolo.

Quale che sia l’interpretazione che preferiamo, Epepe incide la fantasia del lettore come un incubo svanito alle prime luci del mattino, e che tuttavia rimane incastonato nella coscienza come un presagio, o come la traccia di una verità impronunciabile.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...