L’assassinio di un allibratore cinese – J. Cassavetes

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Un amico mi disse, “non capirai nulla di Scorsese fino a quando non guarderai Cassavetes”. All’epoca la considerai una frase presuntuosa (e difatti lo era). Tuttavia non di rado la presunzione cela, oltre all’insicurezza, qualche sicurezza. Il primo film che vidi di Cassavetes, e di cui oggi scrivo, fu “L’assassinio di un allibratore cinese” (The Killing of a Chinese Bookie), con Ben Gazzara.

Come tutti i film di Cassavetes, TKCB è un film crudo, nella forma come nei contenuti, prodotto a basso costo, con molta attenzione a espressioni, stati d’animo e personalità e un uso ridotto di effetti, azione e colpi di scena. Cassavetes concedeva agli attori totale libertà di interpretazione pretendendo però rigorosa dedizione al fine di rendere realistica la psicologia del personaggio.

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TKCB è la storia di Cosmo Vitelli (Gazzara), proprietario di un lurido night club ove una stuola di spogliarelliste e prostitute allestisce spettacoli sotto la direzione dell’eccentrico mr. Sophistication. Vitelli è un giocatore accanito, e in seguito a una grossa perdita viene ricattato da alcuni malavitosi e costretto a rischiare la vita per introdursi nell’abitazione isolata e ben sorvegliata di un pericoloso boss della mafia cinese e ucciderlo.

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La missione suicida di Vitelli si sviluppa allora come un isterico assolo di jazz, fra i tombini e il traffico metropolitano di una Los Angeles buia e perigliosa. La telecamera segue Vitelli nel suo viaggio al termine della notte, osservandone i gesti incerti, le esitazioni, le astuzie, narrando con scarna esattezza una vicenda frenetica e brutale in cui la frenesia e la brutalità sono confinate ai margini dello schermo, in pochi gesti essenziali e negli occhi folli di Gazzara, costretto scommettere sè stesso e il suo bizzarro circo in un gioco audace di potere e violenza.

Si può dire che il mio amico avesse ragione. Lo stile asciutto e a tratti documentaristico di Scorsese, che con gli anni divenne sempre più ironico e “marketable”, contiene realmente qualcosa di Cassavetes, che non ebbe il successo planetario del collega, ma certamente lo ispirò (soprattutto nel periodo giovanile) verso la ricostruzione di quegli universi urbani pervasi da ansia, incomunicabilità, violenza repressa e follia latente (un esempio facile, Taxi Driver). Insomma, Scorsese ha rubato al collega quella vena di malinconia e disagio, angoscia e degrado, raccontata con stile sobrio, disadorno, che contribuisce a rendere questo film (e la filmografia di Cassavetes) un tesoro che brilla soltanto per metà, e per l’altra metà è sommerso nei flutti del cinema indipendente più originale e verace.

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