“Hateful Eight”, Q. Tarantino, 2015

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“Hateful Eight” rappresenta per Tarantino un ritorno alle origini, in primo luogo per il genere: un western, come i grandi film di Leone e Corbucci che lo ispirarono da ragazzo. In secondo luogo, dopo le peregrinazioni di Uma Thurman in “Kill Bill” e di Jamie Foxx in “Django Unchained”, il regista torna a dirigere un film dove l’azione si svolge prevalentemente in un ambiente chiuso, come nel suo primo lungometraggio, “Reservoir Dogs” (Le Iene). Una terza sorgente d’ispirazione è certamente “La Cosa” di Carpenter (1982), che d’altronde aveva ispirato anche “Reservoir Dogs”.

HE è dunque un western girato prevalentemente in ambienti chiusi (carrozza ed emporio), ove i dialoghi hanno notevole importanza sia per la comprensione, sia per lo sviluppo narrativo del film: i personaggi tendono infatti a raccontare gli eventi che li hanno portati fino a quel punto, a rivelarsi vicendevolmente dettagli sul proprio passato (talvolta falsi) e a commentare ciò che accade intorno a loro. Costretti al chiuso da una tempesta di neve, otto personaggi sono dunque messi di fronte ai propri disegni contrastanti.

In particolare, al centro della contesa c’è la ricercata Daisy Domergue, che qualcuno cerca di condurre alla forca in qualità di sceriffo o semplice cacciatore di taglie, e qualcun altro cerca di salvare tramite molteplici menzogne e subdoli espedienti. Malgrado l’ambita complessità, tuttavia, il disegno generale è abbastanza semplice da intuire: posto un pomo della discordia, alcuni lo reclamano da una parte, altri dalla parte opposta, altri ci vanno di mezzo. Si tratta solo di abbinare i ruoli, a quel punto. Ai personaggi non resta quindi che lasciar gradualmente cadere i frammenti delle loro menzogne per restituire a loro stessi e allo spettatore il senso genuino di ciò che accade (comunque, non troppo nascosto). E a Tarantino, dopo 150 minuti di film, non resta che lasciare i cani liberi dalle catene e guardarli inevitabilmente azzannarsi scatenando un bagno di sangue.

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Ma la reale violenza che lo spettatore sarà costretto a subire è la verbosità impenitente. Violando un’antica legge dello spaghetti western, secondo la quale minore è l’uso delle parole e maggiore è il loro impatto (si pensi al “You brought two, too many” di Bronson in “C’era una volta il West”), Tarantino costruisce al contrario una storia dove ciascuno è afflitto da un’emorragia semantica, chi svela il passato altrui (W. Goggins), chi il proprio (B. Dern), chi inventa il proprio per macchiare l’altrui (S. L. Jackson), chi fa diplomazia (T. Roth), e così via. Purtroppo l’epistassi verbale non si limita all’auto-referenzialità narrativa, ma cavalca scomodamente il binario della retorica ideologica, trattando la questione razziale con superficialità. HE conferma che il miglior Tarantino si trova nel respiro nichilista di “Reservoir Dogs” ad esempio, e non nell’etica grossolana di “Django” o “Inglorious Basterds”. Un Tarantino “politico” è insomma credibile quanto un Feuerbach catechista.

Malgrado le buone premesse, HE non ha dunque la verve di “Reservoir Dogs”, né la tensione di “The Thing”, né il fascino crudele del mitico (e ai più sconosciuto) “Il Grande Silenzio” di Corbucci, né le superbe caratterizzazioni dei western leoniani. Quel che resta è un film frizzante, a tratti divertente, ma che in ultima analisi ha un sapore grezzo che non indica genuinità, ma piuttosto genuina mancanza di ispirazione.

5/10

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