“The Revenant”, A. Iñárritu

 

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Impegnativa la visione di “The Revenant”, ultima fatica del regista messicano Iñárritu, un western dai toni epici tratto dalla storia reale del cacciatore di pelli Hugh Glass, abbandonato alla macchia dai compagni dopo essere stato ridotto in fin di vita da un orso. In questa versione cinematografica la parte di Glass è interpretata da Leonardo DiCaprio, con l’aggiunta di elementi biografici romanzeschi – una moglie Pawnee uccisa da un tenente e un figlio meticcio dal temperamento collerico.

“Revenant” indica una persona che ritorna, e certamente la traduzione italiana “redivivo” non esaurisce la semantica del termine, che richiama piuttosto palesemente a “Revenge”, vendetta. Questo film si inserisce infatti (ammesso che si possa parlare di un filone) accanto ai grandi classici della vendetta cinematografica, come ad esempio “C’era una volta il West”, “I duellanti” e “Old Boy”. Non a caso proprio il regista di quest’ultimo, Park Chan-wook, aveva inizialmente preso in mano il soggetto.

Soggetto che poi è passato a Iñárritu, un audace virtuoso della macchina da presa, che ha insistito per girare all’aperto e utilizzare le luci naturali di Canada, Stati Uniti e Argentina, filmando spettacolari panorami montani in toni algidi brillantemente accompagnati dalla colonna sonora minimalista di R.Sakamoto (e A.Noto).

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La scelta, apparsa alla troupe di un radicalismo talvolta estremo, ha condotto alla creazione di scene ardite e spettacolari, definite da DiCaprio medesimo come fra le più difficili mai girate nella sua vita. A proposito, eccezionale la sua interpretazione, se non altro per sacrificio e abnegazione, e altrettanto fenomenale Tom Hardy nella parte dell’antagonista, il mezzo-scalpato John Fitzgerald, fra gli antagonisti più scaltri, subdoli e tenaci che ricordi il grande schermo.The-Revenant-2-200x300.jpg

Perché in fondo, come anticipato, si tratta di un film sulla vendetta, motore immoto di innumerevoli tragedie fin dall’ira funesta dell’Achille iliadico. E come l’Iliade stessa (e il film citati in precedenza) termina immediatamente dopo che il destino di vendetta (leitmotiv del film: “Revenge is in God’s hands”) si compie (o fallisce), rivelandone allo stesso tempo il carattere di vanità (una vendetta non riporta indietro ciò che si è perso) e di necessità: quando si ha una vendetta da portare a termine non si ha più paura di morire poiché non si hanno altri motivi per vivere.

E tuttavia “The Revenant” sembra voler parzialmente sfuggire alla limitata logica duale del rapporto antagonista-vendicatore, poiché aspira (per ammissione stessa del regista) a rappresentare dinamicamente la complessità del reale. E dunque spazio ai fattori esterni, ascrivibili alla sorte, che irrimediabilmente condizionano l’intero sviluppo diegetico, però costituendone di fatto la necessaria cornice contestuale che funge da sorgente narrativa: i Pawnee, gli Arikara, il clima avverso, i Francesi, gli Inglesi, le canaglie, gli orsi, i vagabondi e i deliri onirico-allucinatori costruiti con estro poetico.

In conclusione, “The Revenant” raggiunge il suo scopo: non solo quello, inerente al genere che incarna, di divertire e stupire, ma anche, come avverte maliziosamente il titolo, quello di continuare a tornare a visione conclusa, dettaglio dopo dettaglio, immagine dopo immagine, nella memoria dello spettatore.

8/10

 

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