Scarface, B. de Palma, gangster movie

Scarface_(1983)

TRAMA

Tony Montana (Al Pacino) è un giovane esule cubano che prova a farsi strada negli Stati Uniti a suon di violenza. Da delinquente di quartiere compie una rapida ascesa che lo porterà ai vertici del traffico internazionale di stupefacenti e a flirtare con la donna (Michelle Pfeiffer) del boss (Robert Loggia).

Nel frattempo coltiva un ambiguo rapporto con la sorella Gina (Mary Elizabeth Mastrantonio) e il migliore amico Manny (Steven Bauer).

CRITICA (attenzione: può contenere spoiler)

Questo Scarface è la storia di un’ascesa vertiginosa e di una caduta fragorosa. La tesi principale è che l’equilibrio sociale costruito sul crimine può essere sostenuto soltanto da una spirale di violenza che deve essere continuamente rinnovata, verso la quale il minimo cedimento può portare a essere risucchiato dallo stesso gorgo che si è contribuito a creare. Non è una teoria banale, ma nemmeno particolarmente arguta. Un ulteriore assunto è che ogni cosa che sorge, prima o poi tramonta; come il sole, così l’impero di Montana. La critica alla religione del dollaro e del consumo è senza dubbio presente, ma tutt’altro che approfondita.

Per queste ed altre ragioni è nostra opinione che la pellicola sia complessivamente deludente, considerando anche la rozza caratura psicologica dei personaggi, che agiscono come marionette agitate da impulsi unidirezionali. Per Tony Montana, ad esempio, esistono l’ambizione vorace che lo ha portato al vertice e il codice d’onore della strada, che dopo aver generato quell’ambizione ha contribuito a distruggerla tramite l’unica buona azione compiuta nella sua carriera di assassino, criminale e trafficante. Questi temi (l’ascesa, la caduta determinata da una scelta morale, la difficoltà nello spezzare i legami col mondo criminale, l’impossibilità di sottrarsi a una spirale di violenza e vendetta) torneranno nella filmografia di De Palma in una pellicola a nostro parere più felice, con personaggi psicologicamente molto meglio delineati. Altri temi potenzialmente interessanti, come il rapporto con Gina o con Manny o con Elvira, rimangono tronchi, abbozzati.

A parte le voglie incestuose verso la sorella Gina rimane ben poco del capolavoro di Howard Hawks, ma questo non è necessariamente un difetto. Il difetto maggiore è la prolissa superficialità del film di contro all’enormità delle sue ambizioni, esasperato dalla ripetitività di scene crude e dialoghi sboccati. E, senza dubbio, il finale fracassone, sintesi visiva dei peggiori vizi hollywoodiani.

Incontra, nonostante tutto ciò, grandi favori presso parte della critica e presso il pubblico. Forse a causa della pur grande interpretazione di Al Pacino, forse a causa del successo che i “cattivi” sono soliti riscuotere al botteghino. Forse a causa di una certa (fascinosa e perversa) voglia di emulazione.

5/10

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