Barton Fink, dei fratelli Coen, grottesco

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TRAMA

Giovane commediografo ebreo di successo si trasferisce da New York a Hollywood in cerca del Successo. Il suddetto, nome Barton Fink (John Turturro), prende dimora in uno hotel fatiscente e fa amicizia con Charlie Meadows (John Goodman), invadente vicino di camera.

In preda ad una crisi creativa e pressato dal produttore, chiede aiuto a uno scrittore alcolizzato. Ma una serie di eventi assurdi lo porterà a fare i conti con l’unica cosa che, nonostante le sue convinzioni, ha sistematicamente fuggito nella sua professione: la realtà.

CRITICA

Palma d’oro a Cannes, “Barton Fink” denuncia lo scarto fra il mondo dell’artista e l’artista nel mondo. È forse una critica dell’egocentrismo spietato degli artisti, forse una critica dei processi di massificazione dell’arte (in particolare, la produzione hollywoodiana), forse una denucia di quanto l’arte sia diventata impotente di fronte al dolore e alla violenza, forse tutto questo insieme.

Ed è, soprattutto, un capolavoro del cinema grottesco. La trama salta di palo in frasca senza mai lasciarsi cogliere da uno spettatore sempre più stordito col passare dei minuti. Non si può fare a meno di lasciare questo film con una leggera sensazione di confuso malessere, un nefasto presentimento: è inevitabile, a un certo punto, l’identificazione con il protagonista. Peggio per noi (e per lui).

Menzione speciale al cast: bravissimi tutti, Turturro, Goodman, Polito, Lerner e Buscemi.

7/10

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