11 Febbraio, Italia 1, 23:10 – Arancia Meccanica, di S. Kubrick, fantascienza. Recensione e critica di R.C.

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TRAMA

Londra, un futuro distopico, lontano ma non troppo. Il giovane Alex (Malcolm McDowell) e i suoi amici commettono stupri, omicidi brutali, violenze efferate. Senza nessuna ragione.

CRITICA (attenzione: può contenere spoiler)

Quando passano un film come questo su Italia 1, e non in quarta serata ma in seconda, il consiglio vincolante (quasi un imperativo morale) è di non perderlo.

Il titolo deriva da un detto londinese degli anni ’60, che indicava un oggetto che all’esterno era apparentemente normale (un’arancia) ma che all’interno era caricato a orologeria (clockwork), ovvero nascondeva una natura contorta e imprevedibile. In questo caso il riferimento è esplicitamente diretto verso i protagonisti, giovani ordinari durante il dì, violenti criminali durante la notte.

Il film in generale è un affresco contemporaneo sulla violenza e sulla libertà. Sulla violenza in quanto (si era visto anche in 2001: a space Odissey) parte costitutiva della forza vitale, direttamente implicata dall’istinto di sopravvivenza. Difatti i drughi non hanno un motivo specifico per essere brutali, piuttosto lo sono perchè non hanno ragioni per non esserlo. L’assenza di senso e di capisaldi morali li ha gettati in un nichilismo universale in cui l’infinita libertà di cui dispongono e l’assenza di mete verso cui dirigerla si traduce in un sistematico uso del libero arbitrio per dare sfogo a istinti perversi e animaleschi.

La libertà è un altro concetto centrale: Burgess, autore dello splendido romanzo da cui il film è tratto, non nasconde che l’orizzonte da cui parte la composizione dell’opera è specificamente cattolico. Difatti il libero arbitrio, inteso come la facoltà per l’individuo di scegliere il bene o il male, è un valore supremo e irrinunciabile, anche quando viene impiegato erroneamente (per fare il male). Lo si vedrà quando la società, per correggere Alex, impiega metodi di condizionamento che sono brutali quanto, se non più, dei crimini efferati commessi dal ragazzo. In questo meccanismo Burgess (e Kubrick) vedono un’arma pericolosa in mano alla società, che può aspirare a un totalitarismo psicologico modificando a piacere le percezioni e gli impulsi dei cittadini.

Quando, dunque, una persona smette di essere una persona e diventa un’arancia a orologeria (meccanica)? Quando essa delega la propria facoltà di libero arbitrio all’organismo governativo, che (Leviatano, Hobbes) non si identifica soltanto con l’anima politica, etica e sociale degli esseri umani, ma più in generale con la totalità espressiva di ogni individuo, compresi gli afflati religiosi e l’esercizio della libertà.

Grandissima parte ha, nel film, la colonna sonora, che spazia fra Rossini, Beethoven, Purcell e distorsioni delle medesime in chiave elettronica (ad esempio la scena dell’amplesso a tre commentata da un Guglielmo Tell vertiginosamente accelerato), a cui fanno eco le distorsioni della telecamera, frequenti grandangoli, poi soggettive, accelerazioni e decelerazioni. La celebre scena del Singin’ in the rain, improvvisata, rappresenta il pervertimento dell’apollineo al dionisiaco (Nietzsche).

Il film è tuttora attuale, gustoso, pervaso però da un alone grottesco (intenzionale e consapevole) che a volte scade nel caricaturale, permeato forse da eccessivo intellettualismo e (come spesso accade quando si tratta di Kubrick) contenuto rigidamente in uno schema di premesse, assunzioni e conclusioni che a volte si rivela fin troppo lineare. Ma insomma, ora si stanno facendo le pulci a un cavallo di razza.

9/10

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