5 febbraio, RAI 1, 02:40 : Il settimo sigillo, di I. Bergman – Recensione e critica di I.S.

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TRAMA

Il cavaliere Antonius Block (Max von Sydow), accompagnato dal fido scudiero Jons (Gunnar Bjornstrand), torna in patria dopo aver combattuto le Crociate. Incontra la Morte (Bengt Ekerot) che lo reclama per sè, e con lei si giocherà la vita in una partita a scacchi itinerante, passando per lande martoriate dalla peste, dal fanatismo e da una cieca violenza.

CRITICA (attenzione: può contenere spoiler)

Senz’altro è tipico della televisione relegare un capolavoro come questo in terza o quarta serata, proponendoci come alternativa fiction sciroppose e varietà deprimenti. Eppure il “Settimo sigillo” davvero meriterebbe un’attenzione particolare, in quanto rappresenta uno dei vertici assoluti nella storia del cinema. Perciò, registratelo.

Questa straordinaria allegoria, pullulante di simboli, comincia con la più semplice delle opposizioni: quella fra l’anelito spirituale intriso di cupa fatalità (il cavaliere) e un edonismo sensista che, diffidando delle astrazioni, cerca il vero e il buono nella concretezza del mondo quotidiano (lo scudiero). Tale polarità riecheggia nella costruzione del film, che intreccia registri comici e toni tragici, opponendo brutalità, ferocia e ingiustizia ad altri valori terreni come carità, compassione, amore, speranza, di cui la compagnia teatrale è inconsapevole messaggera.

Le poche certezze di cui l’essere umano dispone sono, come Block suggerisce, “il silenzio del crepuscolo, il profumo delle fragole, la ciotola del latte, i vostri volti su cui discende la sera, Mikael che dorme sul carro, Jof e la sua lira… cercherò di ricordarmi quello che abbiamo detto e porterò con me questo ricordo delicatamente, come se fosse una coppa di latte appena munto che non si vuol versare. E sarà per me un conforto, qualcosa in cui credere”.

Ma di certezza ve n’è un’altra: la morte, ritratta nelle leggende, o danzante, nelle chiese, con cui Block si confronta nel vano tentativo di riscattare non la propria esistenza, ma quella del genere umano, dal silenzio assordante di Dio che non si rivela, e forse non esiste, poichè ignora il grido dell’umanità che, come il cavaliere, anela a qualcosa di più nobile della ciotola di latte fresco o delle fragole appena colte, segni tangibili di giovinezza e voluttà.

Il titolo è allora proprio un richiamo all’Apocalisse, a quel “silenzio che si fece in cielo” non appena l’agnello aprì l’ultimo sigillo, il settimo, in attesa del Giudizio Universale che porterà, secondo la Rivelazione, la Giustizia definitiva ed eterna sulla Terra, insieme alla sua distruzione.

Nondimeno è quel terribile silenzio a costituire un enigma per Block, un enigma ancora più oscuro e minaccioso della Morte, che egli non teme. E come in (quasi) tutti i film di Bergman, tale enigma è destinato a rimanere irrisolto, giacché non sapremo se dietro al silenzio è nascosto Dio o la sua antitesi, il Nulla.

Con varie ispirazioni pittoriche e uno stile ibrido che potremmo definire un realismo espressionistico, “Il settimo sigillo” è un’opera magnifica che con stile unico indaga il mistero dell’essere umano, i suoi desideri e le sue paure. Girato in poco più di un mese.

10/10

 

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