“Three…Extremes”, film horror a episodi, 2004 – Recensione di I.S.

Three_Extremes_38

TRAMA

Il cinema asiatico è uno dei più vivaci al mondo. Le idee abbondano anche se spesso ricalcano quelle di un maniaco, come in questo triplo horror diretto da Fruit Chan (Hong Kong), Park Chan-wook (Corea del Sud), Takashi Miike (Giappone).

Nel primo episodio, “Dumplings”, una donna ricorre all’aiuto di una strega per ringiovanire e riconquistare il cuore del marito. Il rimedio della strega consiste in un piatto di ravioli dal ripieno misterioso. Un rimedio che diventerà per la cliente una vera ossessione…

Nel secondo episodio, “Cut”, un regista e la moglie, pianista di successo, vengono intrappolati da un folle sadico che inscena una assurda vendetta.

Nel terzo episodio, “The box”, realtà e sogno si fondono continuamente. Due sorelle gemelle lavorano per un mago, ma una delle due, gelosa, provoca un incidente.

CRITICA (attenzione: può contenere spoiler)

Il primo episodio racconta la mania per la bellezza, un miraggio a cui attualmente vengono sacrificati i corpi tramite la chirurgia plastica, e che in questa storia spinge la protagonista a sacrificare persino la vita del figlio. La regia è molto interessante: l’uso continuo di piani ravvicinati, colori accesi e ostacoli fra camera e scena contribuisce a evocare un’atmosfera incerta, ambigua, in cui l’orrore è suggerito più dal disgusto e dal perverso che dal mero soprannaturale. Se da un punto di vista evolutivo la bellezza è un fenotipo vincente, destinato alla procreazione, nella cultura contemporanea la bellezza è divenuta un dono da conservare anche a costo della maternità, come lo scioccante finale di “Dumplings” suggerisce.

Il secondo episodio è probabilmente il meno convincente dei tre. L’ossessione di Chan-wook per la vendetta è espressa ancora una volta in una storia che fa dello humour nero il suo pregio più grande. “Cut” abbonda di gusto camp e splatter ma purtroppo, ironia a parte, difetta di coerenza, suspence e originalità.

Il più complesso (e poetico) dei tre episodi è senz’altro il terzo. L’intera storia è probabilmente un sogno di una coppia di gemelle siamesi. In tale contesto è difficile scindere i sogni di Kyoko (la gemella maggiore, colei che controlla il corpo) da quelli di Shoko (colei che pende dal corpo di Shoko, come una semplice appendice). La scatola è ovviamente metafora del corpo che intrappola Kyoko in una struttura con cui essa non può identificarsi, per via appunto della sorella “pendente”, Shoko. Per la medesima ragione sogna di ucciderla: è solo liberandosi di lei che potrebbe realizzarsi pienamente come individuo (dal latino “individuum”, non-diviso). Il mago è allo stesso tempo aspirazione a un amore irrealizzabile e pulsione superegoica che tende all’auto-castigo. Si chiude così, fra desiderio di individualità e irrisolto senso di colpa, il rapporto complesso delle due gemelle.

7/10

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