“La bestemmia come contratto”, di R.C.

Ritenere che il Cristianesimo sia una religione pressoché identica e immutata rispetto a quando ha fatto la sua prima comparsa è un pregiudizio tanto ingenuo quanto diffuso. La realtà è che il Cristianesimo era in origine un insieme di interpretazioni tra loro assai diverse, lontane sia dal punto di vista dottrinale che da quello geografico; alcune hanno prevalso, altre sono state giudicate eretiche, altre sono semplicemente scomparse.

Il potere papale era in principio molto limitato: il primato del vescovo di Roma era soltanto teorico, e molte altre sedi vescovili (Ravenna, Milano, Aquileia, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli) contendevano a Roma il ruolo di sede principale.

Allo stesso modo le controversie dottrinali e teologiche erano numerosissime; insomma, il Cristianesimo era un calderone in cui bollivano ben pochi dogmi, rispetto a tutte le teorie, le interpretazioni e le influenze che, quotidianamente, i poteri forti e le autorità ecclesiastiche dovevano sbrogliare, dirimere, giustificare, accogliere o condannare.

Ciò che tuttavia risulta chiaro, è che il confronto col paganesimo ebbe risultati tanto sorprendenti quanto determinanti per gli successivi sviluppi del Cristianesimo: nelle campagne, dove tradizioni e superstizioni erano molto radicate, la nuova religione non riuscì a scalzare le vecchie credenze, e si fuse ad esse.

Il successo del paganesimo era dovuto principalmente alla sua semplicità. Il rapporto con la divinità era fortemente contrattualistico: in cambio di preghiere ed offerte adeguate, il dio avrebbe garantito all’orante ciò che chiedeva. Esistevano dei e numi tutelari per qualsiasi cosa: dal clima alla famiglia, dal grano alla casa, dagli attrezzi agli animali. Si offriva sempre in cambio di qualcosa. Niente a che vedere con la religione cristiana, molto più elaborata e complessa, in cui il credente deve offrire e pregare a prescindere da ciò che spera di ottenere, confidando nell’amore e nel progetto che Dio ha per lui.

L’elemento contrattualistico del Cristianesimo delle campagne si è mantenuto attraverso il culto dei santi, che, esattamente come gli dei pagani:

  1. sono molto numerosi, e ciascuno di loro è patrono di una o più arti, o protettore di una o più categorie di persone (i ladri, i mercanti, le donne incinta, ecc.)
  2. fungono da intermediari con il vertice del pantheon divino, ma nel frattempo sono capaci di azioni concrete.

In questa dimensione contrattualistica, la bestemmia assume funzione di penale: è un’espressione che “colpisce” il dio in maniera violenta, lo offende e lo punisce per non aver rispettato il contratto: accettare molte offerte per poi non restituire nulla è segno di inciviltà e ingratitudine, come quando si riceve un regalo e non si ricambia il favore. La bestemmia ha quindi un ruolo concreto: costringe la divinità a rendersi conto che ha gravemente violato un patto. E, in ambito pagano, è anche un avvertimento: se la divinità non ripara al torto, non riceverà più offerte, e l’orante si rivolgerà ad un altro dio, probabilmente rivale del primo; e questa semplice ripicca potrebbe tramutarsi in uno smacco, considerando che per gli antichi l’importanza di un dio era dovuta in parte anche al numero dei fedeli e delle offerte tributate ad esso.

Dunque, la bestemmia come rivolta: cioè come atto volto a influenzare concretamente la realtà, e a restaurare il giusto equilibrio tra offerta e domanda.

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