“Interstellar”, di Cristopher Nolan, fantascienza, 2014. Recensione di I.S.

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TRAMA

In un futuro prossimo una sconosciuta malattia vegetale sta progressivamente estinguendo tutti i tipi di coltura. L’umanità è sull’orlo dell’estinzione e la NASA sta elaborando un piano per la salvezza della Terra. Uno dei prescelti è l’ex-pilota Cooper (Matthew McConaughey), vedovo, che gestisce una fattoria con il nonno, il figlio Tom e l’ingegnosa figlia Murphy. Nonostante il grande amore per i figli decide di partire per un viaggio interstellare allo scopo di costruire un futuro migliore per l’intero genere umano.

CRITICA (attenzione: può contenere spoiler)

A cavallo fra l’avventura e la fantascienza, “Interstellar” è un blockbuster ben congegnato che in perfetto stile hollywoodiano coniuga spettacolo, azione, pathos e fantasia. In particolare questo film è supportato da una consistente base scientifica; avvalendosi della consulenza di Kip Thorne, Nolan è riuscito a girare un film che non si può certo definire vero, ma perlomeno verosimile. La girandola di colpi di scena, la qualità degli interpreti e lo straordinario lavoro di fotografia e computer-grafica lo rendono un must per gli amanti del genere e una buona scelta per trascorrere una serata immersi nell’atmosfera febbrile ed incerta tipica delle grandi esplorazioni.

Al film sono giunte numerose critiche relative alla veridicità della struttura fisica dell’Universo descritta nel corso della storia. A tali critiche possiamo rispondere che “Interstellar” non è una teoria scientifica ma un film di fantascienza, e pertanto non sono critiche pertinenti. Senza contare che la fantasia e la creatività visionaria sono da sempre uno strumento indispensabile nel cinema di fantascienza.

Ci sentiamo invece di condividere altre critiche, inerenti non tanto ai contenuti quanto alla forma. In primo luogo il film si distingue per una certa verbosità. Nelle arti in genere, così come nel cinema, l’economia stilistica è sovente un pregio; pregio che “Interstellar” non ha di certo, scegliendo di spiegare dialetticamente l’ignoto invece di rappresentarlo simbolicamente (come fece Kubrick adoperando il celebre monolite). Il risultato è una sequela di dialoghi pleonastici e un film che sembra eccedere, sia temporalmente che dal punto dei vista dei contenuti.

Ma il peggior difetto del film è l’insopportabile megalomania, caratteristica ricorrente dei kolossal. Riassumendo: l’umanità come al solito è in pericolo e il protagonista e sua figlia salvano il mondo diventando eroi universali tanto celebrati da meritarsi persino un museo sulla luna, mentre lei muore decrepita e lui se ne va, ancora giovane e aitante dopo aver scandagliato e superato le galassie, respirato azoto, attraversato buchi neri, wormholes e pianeti ostili ed essere sopravvissuto a crash tests in astronave, a ripopolare un altro pianeta con la compagna di mille avventure, sopravvissuta anche lei a tutto quanto, trasformandosi in un nuovo Adamo che con una nuova Eva darà presumibilmente vita a una nuova razza umana su una nuova Terra. Impresa che riesce perchè lui e la figlia erano i “prescelti” dai misteriosi e fantomatici Elohim, gli dei dell’Universo, che aiutano l’umanità ma non si sa perchè, e il buco nero da loro creato genera un corridoio dimensionale che collega un punto a caso nello spazio profondo delle vastità siderali alla cameretta della figlia adolescente. Non è un po’ troppo?

Di certo è abbastanza per capire che il film è una classica spacconata in stile iu-es-ei, ricca di effetti speciali e pseudosofia, carente di contenuti realmente profondi. La morale è: “L’amore va al di là dello spazio e del tempo, è un linguaggio universale” (cit.); e, in secundis, “l’egoismo porta alla fine della specie, la cooperazione alla sopravvivenza”. Conclusioni un po’ banali per un film che si annunciava come un tentativo ambizioso di fondere Hollywood e il cinema d’autore.

Ciò che invece è molto presente è il paradigma tipicamente americano (si veda R.W. Emerson, 1841) della self-reliance, l’indistruttibile fiducia nella capacità di farcela, oltre ogni ostacolo ed ogni difficoltà, perchè anche se è impossibile, è necessario (si veda il dialogo involontariamente comico tra Cooper e Brand, di sapore Chucknorissiano). Insomma, l’umanità supererà ogni intralcio, ogni apocalissi, spuntando dal fuoco distruttore come un clown circense emerge da un anello infuocato, ancora più lindo, fiducioso ed esibizionista di prima. Se si accetta l’inguaribile ottimismo made in USA e il loro entusiastico amore per l’avventura e il rischio, si può apprezzare tranquillamente anche un blockbuster che, come in questo caso, è piuttosto gradasso e manca completamente di (auto)ironia.

L’Odissea del viaggio cosmico si riduce infine in questo caso al microcosmo affettivo di un rapporto umano (, troppo umano) fra padre e figlia, svelando dunque che il film vibra sulle corde del patetismo familiare più che su quelle, come molti hanno supposto, dell’indagine esistenziale. Per quest’ultima ci vuole complessità, profondità e lentezza, doti che Nolan non possiede o non sa esprimere nei suoi film; tuttavia resta un ottimo rifinitore, un eccezionale narratore di storie d’avventura, e a nostro parere l’ideale erede di Spielberg. Il fascino di “Interstellar” dimora nella bellezza trascinante del viaggio verso l’ignoto, nel coraggio di raccontare ciò che si vede oltre l’invisibile, là dove il viaggio rapisce e ammalia il viaggiatore. Si potrebbe dunque accostare Nolan e la sua fantascienza a Marco Polo, R. Stevenson, E. Salgari per la brillante inventiva e il ritmo avvincente. Ma se si cerca lo spessore di Dostoevskij, Nietzsche, Leopardi, bisogna senz’altro rivolgersi ad altre opere (ed altri registi).

6/10

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