“4 top e 1 flop: Woody Allen”, di I.S.

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Woody Allen, nato Allan Stewart Konigsberg, comincia da giovanissimo a farsi notare per la sua travolgente creatività e il suo raffinato umorismo, tanto che all’età di diciannove anni comincia a lavorare per la ABC come autore di testi comici. Il primo lungometraggio arriva nel 1966 (Che fai, rubi?), seguito da una lunghissima serie.

Nella sua filmografia Allen accosta tematiche contemporanee come la crisi del rapporto di coppia e la critica della società americana influenzata da falsi idoli e miraggi di facili successi a temi tradizionalmente trattati nella letteratura e nel cinema europeo, come l’omicidio, la colpa, il nichilismo. A questo proposito è netta l’influenza di Dostoevskij e Bergman. Molto presente anche la cultura ebraica, oggetto di una satira feroce e generatrice di plurimi sensi di colpa, e la psicanalisi (Freud in particolare) in quanto indagatrice di pulsioni sessuali che la società e la tradizione culturale catto-giudaica si sforzano di reprimere.

Vi proponiamo qui quattro top e un flop: ovvero, quattro opere che per profondità ed ampiezza sono massimamente rappresentative della poetica di Allen, e una ciofeca clamorosa che dimostra come anche i migliori possano sbagliare. La scelta è stata particolarmente difficile perchè Woody Allen, oltre ad essere particolarmente prolifico, tratta insistentemente le stesse tematiche in diversi film. Il criterio della varietà è stato quindi determinante nella compilazione di questa classifica.

4° “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere), 1973

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere

Sequela di irresistibili e surreali gag, indovinate un po’, sul sesso. Un classico della commedia di Allen per bonaria provocazione, fantasia, sarcasmo. Il tema del sesso come motore immobile di ogni impulso alla socialità è ricorrente nella sua filmografia, ed è colorito di ineluttabilità freudiana, rimorso colpevolista catto-giudaico e ironia scanzonata e farsesca. Tuttora (è proprio l’aggettivo giusto) godibilissimo.

3° “Amore e guerra”, 1975

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Ancora una farsa, questa volta in costume, nella Russia a cavallo fra XVIII e XIX secolo. Woody Allen è un codardo matricolato che viene spedito in guerra e poi, sotto mentite spoglie, ad assassinare Napoleone. Forse il suo film più esilarante, è sicuramente uno dei più colti, in cui si colgono echi di filosofia esistenzialista e grande letteratura europea (russa in particolare). L’inesauribile comicità è tanto profonda da lasciare, dopo il suo passaggio, un vago sapore di malinconia.

2° “Manhattan”, 1979

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Uno dei migliori film sui rapporti di coppia, sull’amicizia, sull’egoismo, sulla meschinità, pur non essendo ascrivibile nell’elenco copioso dei “drammatici”. Memorabile la fotografia in bianco e nero e la sequenza di apertura sulle note di Gershwin, è anche uno splendido ritratto di New York, città che Allen idolatra e che lo ricambia donandogli una perpetua, travolgente ispirazione. Magnifico.

1° “Crimini e misfatti”, 1989

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Il maggior cruccio di Allen, e che traspare dai suoi film, è forse quello di non essere mai riuscito ad affermarsi come regista puramente “drammatico”. Viene detto chiaramente in “Stardust Memories” (1980), ma anche in numerosi altri film in cui l’ammirazione per Bergman, Antonioni e Fellini sconfina in un parodismo talvolta frustrato. Ebbene, si può dire che con “Crimini e misfatti” Woody Allen ci vada veramente molto vicino. Lo splendido parallelismo fra un medico di successo tormentato dai sensi di colpa e un regista fallimentare tormentato dall’invidia è un sunto dell’intera poetica di Allen: l’assenza di Dio e di giustizia è un fatto acclarato nel momento in cui entrambe le situazioni si risolvono in maniera tanto improvvisa quanto paradossale. Di fronte alla disperazione non rimane che la risata, e in questo Allen è ancora più realistico dei grandi tragediografi: la vita è più spaventosa della morte, perchè obbliga l’individuo a convivere con il lato tragico dell’esistenza.

IL FLOP: “Midnight in Paris”, 2011

“Midnight in Paris” è poco più un esercizio di stile dove l’autore ripercorre i miti culturali ed artistici che lo hanno influenzato, riflette sulla natura del rapporto sentimentale e sulla creazione artistica, e purtroppo ripropone meccanicamente gli stessi schemi e le stesse strutture narrative che hanno marcato gran parte della sua produzione cinematografica.

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