“Homo ludens: il gioco come fenomeno culturale” – parte 1, di R.C.

Panera-Cezanne

Il celebre saggio Homo ludens (1938) di Huizinga presenta una riflessione approfondita sul gioco. Lo storico olandese indagò il gioco come fenomeno antropologico, argomentando che giocare è un’attività non solo pre-sociale, ma addirittura trans-umana, dato che molte altre specie animali conoscono il gioco. Inoltre secondo Huizinga non si conosce alcuna società umana, per quanto primitiva, che non includa il gioco come fenomeno ludico, pedagogico o rituale.

In questo senso Huizinga parla di homo ludens: nelle società umane il gioco si declina in vari modi. Può assumere forme rituali in contesti sacri, per esempio le danze tribali in cui ciascun componente impersona una figura mitico-religiosa, come accade in una recita. Oppure pedagogico, poiché in un gioco capita di imparare concetti estranei al gioco stesso. È ad esempio il caso di alcuni giochi per bambini in cui associando una forma o un colore ad una figura (per esempio la figura di un animale) si impara qualcosa sulla figura rappresentata. Il gioco consiste in una pura associazione ma veicola concetti inerenti ad altri contesti (ad esempio, al mondo degli animali). Ma il gioco può essere anche un processo creativo. L’espressione poetica o pittorica, la composizione musicale, la recitazione sono tutti esempi di gioco creativo. O ancora, un gioco può essere la rappresentazione astratta di un contesto particolare, come ad esempio quello bellico: per esempio gli scacchi. La polivalenza potenzialmente inesauribile del gioco è ben espressa in senso linguistico dal termine inglese play, la cui ricca semantica può significare (fra le altre cose): giocare, scherzare, suonare uno strumento musicale, interpretare, fingere, porsi in un certo modo.

Ma Huizinga va oltre, affermando non solo che il gioco è fenomeno culturale, ma che è addirittura matrice originaria di ogni manifestazione culturale. I processi creativi, pedagogici e di formazione della sfera etica e religiosa sono dunque sovrastrutture che celano un istinto primordiale e ineradicabile della convivenza umana, l’impulso al gioco, che Schiller chiamava Spieltrieb nelle sue Lettere sull’educazione estetica dell’uomo.

Questo comporta una duplice rivoluzione: il gioco viene nobilitato in quanto germe primitivo di ogni spirito artistico e creativo; e allo stesso tempo le grandi manifestazioni culturali che sembrano trascendere l’umanità (arte, religione, morale) sono invero fenomeni pienamente umani, radicati anzi in uno degli istinti più inconsci e pre-razionali dell’individuo, che non trascende ma piuttosto è trascendentale rispetto ad ogni esperienza sociale: l’istinto al gioco.

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