“Il gioco degli scacchi: un’interpretazione filosofica”, di R.C.

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La storia degli scacchi è lunga e complessa. Le sue origini sembrano affondare nell’antico Oriente, forse in India o forse in Cina. Ovviamente era un gioco totalmente diverso da quello che conosciamo ora, che si è sviluppato durante la fioritura culturale del mondo arabo dall’VIII all’XI secolo. Tramite la Spagna moresca, la Sicilia araba e la Russia il gioco si diffuse in tutto il mondo civilizzato, acquisendo col tempo le regole universali che tuttora lo governano.

Il celebre scacchista statunitense Paul Morphy soleva dire che “gli scacchi sono eminentemente e senza alcun dubbio il gioco del filosofo”. Esaminiamo il gioco per scoprire che cosa intendesse: innanzitutto vi è una scacchiera, una superficie a griglia con sessantaquattro caselle bianche e nere. Ciò significa che il mondo degli scacchi è rigidamente delimitato dai bordi della scacchiera e consiste dunque nelle caselle contenute in tali bordi. Ma non solo: questo ‘mondo’ ha anche una struttura fissa che non può variare, ovvero un’ulteriore suddivisione a caselle bianche e nere alternate. La scacchiera è dunque un terreno di gioco delimitato, chiaramente suddiviso e inalterabile. In questo terreno però agisce una polarità oppositiva, il dualismo di bianco e nero che, considerato nella sua totalità, è il mondo stesso.

Il gioco degli scacchi nasconde dunque un’ipotesi metafisica: per analogia, suggerisce che il mondo abbia una struttura fissa interpretabile secondo l’interazione di più polarità. Dunque Paul Morphy aveva ragione di sostenere che gli scacchi sono il gioco del filosofo, se consideriamo la filosofia principalmente come il tentativo di descrivere il mondo con una teoria unitaria che tenga conto delle molteplici interazioni, postulando che il mondo sia trattabile come un puro oggetto e che abbia una struttura fissa e interpretabile. Questa concezione della filosofia è in linea col pensiero di Cartesio, Bacone e più in generale con la rivoluzione scientifica dell’età moderna, molto meno con la visione contemporanea della scienza.

Un altro parallelismo fra scacchi e scienza chiama in causa la biologia, e in particolare la teoria di Darwin. Negli scacchi agiscono infatti due schieramenti: il bianco e il nero. Entrambi operano sulla medesima nicchia ecologica (la scacchiera) e sono costretti a lottare per la sopravvivenza. Dice Karpov sugli scacchi: “Negli scacchi c’è tutto: amore, odio, desiderio di sopraffazione, la violenza dell’intelligenza che è la più tagliente, l’annientamento dell’avversario senza proibizioni. Poterlo finire quando è già caduto, senza pietà, qualcosa di molto simile a quello che nella morale si chiama omicidio”. Insomma, alla fine della partita uno dei due schieramenti deve soccombere e il pareggio è contemplato soltanto come circostanza accidentale (esaurimento del tempo o delle mosse a disposizione) o come reciproca incapacità di offendere. Difatti la tradizione psicoanalitica (E. Jones, B. Karpman, J. Fleming et cetera) concorda nel ritenere gli scacchi una sublimazione di impulsi violenti e omosessuali che si concludono sempre con la prevaricazione e il dominio da un lato, e l’impotenza sado-anale colorita di masochismo, dall’altro. Un gioco dunque in cui il rapporto fra i contendenti è per necessità gerarchico. Un altro celebre scacchista, Bobby Fisher, affermava “chess is life”. Può darsi avesse ragione, a patto però di concepire la vita essenzialmente come un desiderio di autoaffermazione perpetua che si esprime attraverso la violenza.

Se gli scacchi ci parlano di un mondo, il mondo di cui ci parlano è dunque un ecosistema pervaso da impulsi violenti in cui l’esistenza coincide necessariamente con il dominio. Affinchè uno schieramento possa conseguire il dominio è necessaria la collaborazione dei singoli pezzi che posseggono determinate caratteristiche; ogni schieramento deve dunque far fruttare al meglio i propri pezzi in vista di una supremazia che sarà tanto più immediata quanto i pezzi sapranno essere sfruttati al meglio delle loro caratteristiche. E tuttavia bisogna specificare che la società degli scacchi è evidentemente gerarchica e per quanto l’importanza dei pedoni sia indubbia, il re ha un ruolo di maggior prestigio (non maggiore efficacia) rispetto agli altri pezzi. Le gerarchie, così come le caselle, sono ben delineate fin dal principio e non vi sono possibili variazioni. La potenzialità combinatoria di mosse e contromosse genera una varietà pressochè infinita, ma comunque riconducibile alle regole di base e alle sessantaquattro caselle, così come una deduzione logica è riconducibile alle sue premesse.

Ma l’aspetto forse più interessante della filosofia degli scacchi è la rappresentazione del campo di battaglia (ovvero del mondo) come un contesto provvisto di regole e leggi, logica e coerenza. E non sono forse questi i principali obiettivi della ricerca filosofico-scientifica in Occidente, ovvero scoprire regole e leggi del mondo naturale utilizzando la logica per costruire teorie coerenti? Una ricerca che tuttavia contiene un presupposto ideologico non trascurabile, ovvero l’esistenza di una prospettiva fissa da cui guardare al mondo, che include perciò la nozione di una verità assoluta (ab-solvere), ovvero sciolta da ogni vincolo. Una verità che è forse visibile negli scacchi, ma invisibile nel mondo reale.

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