“Poesia fra ermetismo e zen”, di R.C.

La poesia giapponese è, come tutte le grandi tradizioni poetiche, antichissima e ha una sua identità precisa, intimamente legata alla filosofia zen. I maestri zen amavano insegnare attraverso metodi non convenzionali, sottolineando l’importanza dell’apprendimento intuitivo e scioccando gli studenti con esempi e comportamenti fuori dalle norme. Per tali ragioni l’arte è sempre stata tenuta in grande considerazione nel buddhismo zen: l’impatto di un’opera d’arte riuscita è immediato, diretto e talvolta devastante; l’arte può stimolare una zona del cervello pre-cosciente e para-razionale ed è capace perciò di agevolare il raggiungimento dell’illuminazione. Un altro aspetto che caratterizza la poesia zen è la semplicità, perchè l’eccessiva elaborazione ci allontana dalle cose essenziali e le cose essenziali sono tutte molto semplici.

La poesia zen è dunque breve, concisa, affilata, racchiude in pochi versi qualche elemento molto particolare e specifico, come ad esempio un rumore o una sensazione, e allo stesso tempo dice qualcosa di universale sulla condizione umana. Si tratta di una poesia apparentemente semplice ma che richiede un raffinato equilibrio. Prendiamo ad esempio questa composizione di Taira no Tadanori:

Sopraffatto dal buio

dimora avrò sotto

d’un albero i rami.

I fiori soltanto

m’accolgon stanotte.

Taira no Tadanori era un generale del clan Taira, nel XII secolo. Lo stretto legame fra il codice dei samurai, la filosofia zen, la morte e la composizione poetica è cosa nota, ma ora vorrei soffermarmi su questa poesia in particolare. Il poeta ci dà elementi precisi per capire la situazione: sappiamo che si trova in un bosco, che la notte sta calando, che è solo, che sta morendo. Però ci suggerisce anche qualcosa sulla condizione umana: la solitudine nel momento del trapasso, la rassegnata malinconia le cose che passano, la sensazione di appartenenza verso il mondo naturale che rimanda quasi a una fusione panica, tema caro a D’Annunzio.

E proprio D’Annunzio fu fra i primi in Europa a cimentarsi nella composizione di Haiku. Il Vate nutriva un’ammirazione sconfinata verso la cultura nipponica, che conobbe in un momento di fertile scambio che avrebbe poi condotto alla nefasta creazione dell’Asse. D’Annunzio tuttavia possedeva uno stile aulico e complesso che mal si conciliava con la modesta ruvidezza dei poeti zen, infatti i suoi tentativi risultano piuttosto maldestri. Ecco un estratto di “Outa occidentale”:

La nostra nave,
cui non pinse Ki-Tsora,
va con soave
andare; e su la prora
tu ti stendi, o signora.
I tuoi capelli
sciolti hanno il fresco odore
dei ramoscelli
che ondeggian lenti, in fiore,
con sommesso romore.

L’influenza della poesia giapponese fu invece raccolta da un’altra sensibilità, quella ermetica. Si è discusso per molti anni sulla possibilità che l’ermetismo poetico si ispirasse in qualche modo ai poemi giapponesi, specialmente agli Haiku. Ungaretti negò con convinzione di aver mai letto poesie nipponiche, ma la storia sembra smentirlo. La rivista “La Diana”, di cui Ungaretti era lettore e collaboratore, pubblicò più volte componimenti di poeti giapponesi a partire dal 1916, e molto spesso a ridosso dei versi di Ungaretti medesimo. Una di queste era la poetessa Akiko Yosano:

Dopo il mio bagno

alla sorgente calda

questi vestiti

sono ruvidi sulla pelle

così come il mondo.

Ancora una volta, elementi estremamente precisi (un bagno alle terme, una semplice vestizione) e una percezione universale (il duro ritorno alla vita dopo una parentesi di sospensione mistica, che in questo caso ricorda allegoricamente la teoria di Otto Rank sulla vita psichica infantile che vive il distacco uterino come un trauma).

Tornando a Ungaretti e tenendo conto delle differenze culturali e lessicali, l’influenza della poesia giapponese sembra incontrovertibile nel suo percorso poetico, così come in quello di altri ermetici come Saba e Chini. Ciò ovviamente non toglie nulla alla caratura eccezionale di questi artisti; anzi, è un’occasione per dilatare il processo interpretativo e non per ridimensionare i valori artistici. Anche perchè, come soleva scherzare Picasso, “I cattivi artisti copiano, quelli buoni rubano”. Possiamo dunque chiudere con questo splendido componimento di Ungaretti:

Col mare
mi sono fatto
una bara
di freschezza.

Anche in questo caso l’acqua è intesa come elemento primordiale che favorisce una fusione panica con l’Universo – e il titolo del componimento è, non a caso, “Universo”. Ma c’è molto altro: un soldato sfinito che si abbandona, dopo innumerevoli sforzi, alla mimesi di una morte, evocata dalla “bara”. Una morte finta, indolore, capace di liberare il poeta dall’ossessione della morte reale, che la vita militare ha quotidianizzato e interiorizzato fino a renderla una minaccia incombente, tanto insopportabile che il soldato è disposto ad abbracciare la morte pur di fuggire la morte stessa. In questo momento di pace il soldato abbandona il fucile, affonda gli stivali nella battigia, si getta a corpo morto sulla riva e si lascia cullare dalle maree. Fresche.

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