“Filosofia delle rocce: i giardini orientali”, di R.C.

"Io soltanto so ciò che è sufficiente sapere".

“Io soltanto so ciò che è sufficiente sapere”.

Una riflessione filosofica sulla rocce forse non desta particolare interesse. In effetti è difficile trovare nella cultura occidentale qualcosa di meno interessante delle rocce. Salvo la geologia e alcune correnti esoteriche che si ostinano a catalogare le pietre e i minerali secondo proprietà magiche che non hanno, le rocce hanno avuto ben poca considerazione nella nostra civiltà. Fin dai tempi di Aristotele, che negava ai sassi anche l’anima vegetativa, ovvero quel barlume di energia vitale che permette di esistere persino ai funghi e ai parameci.

Beninteso, non che qui si voglia sostenere che le pietre sono vive o tantomeno che abbiano dei sentimenti. Tuttavia è interessante evidenziare come in culture diverse dalla nostra le pietre abbiano rivestito un ruolo che potremmo definire simbolico, se non addirittura artistico. In Cina le montagne erano dette “radici del cielo”. E in una cultura in cui la parola “paesaggio” è resa con la locuzione “montagne-acqua” (shanshui), le rocce hanno finito per indicare il lato immutabile della realtà, ovvero tutto ciò che non mostra segni di corruzione o deterioramento sotto il flusso incessante del tempo. L’acqua per contrasto evoca invece il fluire del tempo e della vita nel mondo naturale, che si rinnova costantemente attraverso un moto invisibile e perpetuo. Tale simbologia si ritrova intatta nei giardini rocciosi cinesi.

Il giardino del bosco leonino, Jiangsu, Cina. XIV secolo.

Il giardino del bosco leonino, Jiangsu, Cina. XIV secolo.

Giardino Yu, Shanghai, Cina. XVI secolo.

Giardino Yu, Shanghai, Cina. XVI secolo.

 

Se osserviamo gli esempi possiamo vedere che le rocce si ergono imponenti di fronte all’osservatore, mostrando una superficie accidentata, concava, asimmetrica e frastagliata. Ma sono proprio queste imperfezioni che spingono alla contemplazione, poichè la deformità delle rocce rispecchia la naturalezza delle trasformazioni, i processi spontanei dell’erosione, della sedimentazione, della metamorfosi. Le rocce descrivono una realtà che solo apparentemente è eterna, ma che si rivela caduca e fragile ad un occhio più esperto, ricordando ad ogni osservatore uno dei concetti cardinali del Buddhismo: l’impermanenza. Inoltre la molteplicità di trame e minerali, insieme ai fori e ai canali scavati dal tempo, ha l’effetto di presentare una varietà infinita all’interno di una sola pietra, che si rivela e allo stesso tempo si nega di fronte agli occhi di chi la indaga. Queste caratteristiche sono riconducibili alla filosofia Daoista, che presenta l’universo come un’unità cosmica frammentata in un’infinita varietà di enti ed eventi. Le rocce rappresentano dunque configurazioni di energia che si chiamano e si corrispondono, creando un campo di forza mistico che è uno specchio simbolico della realtà.

Prendendo spunto dai giardini rocciosi della Cina i monaci zen Giapponesi crearono la tradizione dei Karesansui (paesaggi “secchi”, o “spogli”), portando all’estremo la natura già estremamente concettuale di queste opere. Nei giardini Karesansui non ci sono altri elementi a parte le pietre. Eppure sono configurate in modo tale da rappresentare efficacemente, in scala ridotta, un paesaggio naturale che consiste, ancora una volta, in acque e monti.

Giardino Ryoanji, Kyoto, Giappone. XV secolo.

Giardino Ryoanji, Kyoto, Giappone. XV secolo.

Giardino Daisen-in, Kyoto, Giappone. XVI secolo. Il "fiume zen". C'è anche un ponte.

Giardino Daisen-in, Kyoto, Giappone. XVI secolo. Il “fiume zen”. C’è anche un ponte.

Lo zen è una filosofia votata alla semplicità e il sobrio minimalismo di questi giardini è tanto elegante quanto significativo. Le rocce sono disposte in modo da dare l’impressione di una spontaneità casuale, ma tale raffinata simmetria è il frutto di lungo studio. I monoliti rappresentano ovviamente le montagne, mentre la ghiaia rappresenta, ancora una volta, il mutamento. Ma nonostante l’illusione ottica il paesaggio, immobile, è costituito solamente da pietre: alcune isole rocciose e un oceano di ghiaia. Senza bisogno di parole il giardino zen è capace di esprimere un’intera cosmologia: le differenze sono solo apparenti, tutte le cose appartengono alla medesima realtà, la realtà non è che mutamento.

 

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