I 10 road movies migliori di sempre – Classifica di I.S.

Come definire un road movie? Un road movie è un film in cui il viaggio è un tema centrale, sia da un punto di vista tematico sia, ovviamente,narrativo. Non un film sul viaggiare in cui due persone discutono amabilmente di viaggi in un salotto, ma un film sul viaggiare che sviluppi esso stesso un percorso. Per questi motivi non consideriamo nè “Professione: reporter”, nè “Non è un paese per vecchi” road movies, pur essendo film eccellenti. Stilare questa classifica è stato difficile, specialmente dal quarto posto in su: alcuni tra i migliori road movies della storia sono stati prodotti in Italia ed è stato difficile mediare fra gusti personali, amore per il cinema nostrano e meriti ‘oggettivi’ delle opere prese in esame.

Alcuni spunti di riflessione: nei film 10, 9, 8, 7, 6 il viaggio è identificato come un’esperienza giovanile. I film 10, 9, 8, 6 sono stati girati in pieno clima sessantottino. I film 10, 7, 6, 3 legano il viaggio a una storia d’amore. Nei film 10, 9, 6, 4, 3, 2, 1 la morte è un tema molto presente. I film 10, 8, 6, 3 intendono il viaggio innanzitutto come fuga. I film 10, 9, 8, 7, 6, 2 sono film americani (forse i grandi spazi favoriscono i road movies). I film 9, 8, 6, 4 contengono una forte critica verso la società. Nei film 10, 9, 8, 6, 5, 4, 3 i viaggiatori non hanno meta (!). Infine, i primi due della classifica hanno come protagonista un anziano.

Speriamo che il risultato possa almeno invogliarvi a intraprendere qualche nuovo viaggio attraverso un angolo di cinema inesplorato. Buona lettura.

10° “Gangster story”, di Arthur Penn (1967)

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Storia vera (adattata) della premiata coppia del furto Bonnie & Clyde. I due criminali sono ritratti nella loro giovanile esuberanza, incoscienti e innamorati. La loro fuga dalla società è forse una caduta verso il baratro di cui però, accecati dall’entusiasmo furioso di una gioventù disinibita, non si rendono conto.

9° “Easy rider”, di Dennis Hopper (1969)

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Un cult del cinema sessantottino statunitense. I due scalmanati protagonisti, accompagnati per un tratto dal già fenomenale Jack Nicholson, ci guidano attraverso gli Stati Uniti in cui alle tendenze sovversive della gioventù viene opposta la violenza sorda delle generazioni conservative. Si fa forte di alcune riprese da antologia, soprattutto su strada, inseguendo il rombo delle motociclette.

8° “Cinque pezzi facili”, di Bob Rafelson (1970)

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Viaggio di un talentuoso pianista (Jack Nicholson) attraverso l’America e attraverso la vita, nell’unico scopo di sprecare il suo talento. Storia di un disadattato cronico che rinuncia volontariamente alla ricchezza, alla famiglia, all’amore, a sè stesso. In cerca di che cosa? Non lo sa nemmeno lui.

7° “Accadde una notte”, di Frank Capra (1934)

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Un Clark Gable giornalista insegue un’ereditiera che tenta in incognito di raggiungere il fidanzato per concludere un matrimonio osteggiato dal padre. Graziosa, indimenticabile commedia; Capra servendosi dei toni delicati e ammiccanti della prima Hollywood confeziona un gioiello che potrebbe insegnare molto alle commedie cialtronesche che vengono propinate di questi tempi. Forse il primo road movie della storia.

6° “La rabbia giovane”, di Terrence Malick (1973)

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Esordio alla regia per il “regista filosofo”, che non tornerà mai più a questi livelli. La colonna sonora per metà classica e per metà jazz accompagna il viaggio dei giovani Kit e Holly. Come Bonnie e Clyde i due vogliono vivere il loro amore al di fuori della società, anche se ciò significa minacciarla. La violenza della natura umana è descritta con impassibile distacco ed è radicata nel peccato originale, dopo il quale l’uomo cercherà vanamente di ritornare a uno stato di natura idilliaco. Come suggerisce l’ironico finale, le soluzioni sono due: la sottomissione allo stato delle cose o, fatalmente, la morte.

5° “La strada”, di Federico Fellini (1954)

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Il viaggio dell’artista di strada Zampanò nella poverissima Italia del dopoguerra insieme alla squinternata assistente Gelsomina. Uno dei primissimi road movie. L’atmosfera fiabesca evocata da Fellini e l’eccezionale istrionismo di Giulietta Masina fanno da contrappeso al cinismo brutale di un uomo depauperato di ogni morale, disposto a qualsiasi nefandezza, come soleva dire Malaparte, pur di salvare la propria pelle.

4° “Il sorpasso”, di Dino Risi (1962)

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Quanto mi è costato assegnare a questo capolavoro soltanto il quarto posto. Esempio perfetto di commedia all’italiana, ritratto amaro del boom economico, quasi documentaristico nei contenuti quanto simbolico nella forma. L’innocenza, l’ingenuità e l’arrivismo di un bravissimo Trintignant opposti alla verve cialtronesca e ammaliante di uno strepitoso Gassman. Esilarante quanto straziante. Meraviglioso.

3° “Il bandito delle ore undici”, di Jean-Luc Godard (1965)

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Girato diversi anni prima della “Rabbia giovane”, ne condivide il soggetto, ovvero una storia d’amore vissuta pericolosamente ai margini della società; ma il film di Godard è ben più radicale. Continui riferimenti alla cultura di massa, al consumismo e al conformismo lo rendono più attuale di quando fu concepito. La struttura è (post)modernissima: rifiuta ogni logica narrativa e risulta totalmente imprevedibile, ma tutt’altro che incomprensibile. Un collage di immagini, effigi pop, colori, testi, canzoni; il road movie alla storia d’amore, la storia d’amore alla satira, la satira al musical, il musical al poliziesco, il poliziesco al comico. Tutto è connesso a tutto in questo film inclassificabile ma assolutamente imperdibile.

2° “Una storia vera”, di David Lynch (1999)

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Un ultrasettantenne a cavallo di un tosaerba vuole percorrere duecentocinquanta miglia per andare a trovare suo fratello malato. Cosa c’è di più insensato di un road movie in cui la velocità è sostituita dalla lentezza, il dramma dalla linearità, la gioventù dalla vecchiaia? Se in tutti i film precedenti avevamo rintracciato alcuni tratti comuni che credevamo essenziali al genere, Lynch li ha rovesciati uno ad uno. E ha sfornato un capolavoro. In un cinema sovraccarico di effetti speciali, colpi di scena, complessità pleonastiche, “Una storia vera” rivela la bellezza della semplicità e commuove con due chiacchiere in un bar, emoziona grazie a un temporale, mette paura per mezzo di una discesa. Pazzesco. Ed è pure una storia vera.

1° “Il posto delle fragole”, di Ingmar Bergman (1957)

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Anche qui siamo di fronte al viaggio di una persona anziana, solo apparentemente lento perchè in realtà è popolato di ansie, incubi, incontri, ricordi. Il professor Isak Borg deve raggiungere la sua vecchia università per essere omaggiato. Ma il suo vero viaggio è introspettivo, un cupo sprofondamento in sè stesso alla ricerca di una felicità che non ha mai conosciuto, una dolcezza che ha rifiutato, un amore che ha gettato via. Mentre si sforza di sanare i contrasti fra il figlio e la nuora compie un profondo esame di coscienza che lo mette di fronte a una meschinità che non credeva di possedere. Un film meditativo che indugia sulla morte e sul tempo, due temi universali e ricorrenti nella filmografia di Bergman; con meno spiritualità e più umanesimo il maestro svedese ripercorre una vita umana seguendo il profumo di una primavera scomparsa ma ancora tiepida nella memoria del protagonista: una primavera carica di speranze, dolce come le fragole.

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