“Caratteristiche potenziali della letteratura postmoderna: appunti sparsi su ‘Infinite Jest’ di DFW”. Di R.C.

Il postmodernismo è una categoria che esclude la possibilità di essere sintetizzata in una serie di princìpi. È per questo che tracciare un linea netta attraverso il panorama letterario globale che sperimentiamo in quest’epoca è un’impresa a dir poco velleitaria. Tuttavia gran parte della letteratura, specialmente quella mediocre (ammesso che in tal caso si voglia continuare a parlare di letteratura) è adagiata tuttora su una struttura e uno stile che richiamano il romanzo classico.

Dalla lettura di “Infinite Jest”, capolavoro ostico dell’istrionico David Foster Wallace, si evincono alcune particolari caratteristiche che potrebbero (e magari dovrebbero) essere adottate, ampliate e approfondite nella letteratura del futuro, poichè rappresentano tratti essenziali di molte opere che hanno arricchito la produzione letteraria moderna.

  • Coralità: ovvero l’assenza di un protagonista dominante, per enfatizzare invece i rapporti fra numerosi personaggi presentati alternativamente. Un modello analogo è rintracciabile in opere classiche come “Il manoscritto trovato a Saragozza” (Potocki 1805) o “I miserabili” (Hugo 1862), ma è qui portato alle estreme conseguenze. I personaggi più rilevanti, come Hal Incandenza e Don Gately ad esempio, non hanno alcun tipo di rapporto all’interno del romanzo; il loro incontro avverrà all’esterno di esso, in un punctum proiettato oltre la narrazione e che tuttavia è sotteso e implicato dal contesto narrativo medesimo, punctum dunque percepibile proprio a causa della sua assenza. La storia si sviluppa infine coralmente, generata da un’intersoggettività che è in realtà una pluralità di soggetti. Il pluralismo narrativo è anche relativismo teorico, dichiarazione poetica di una letteratura che ha rinunciato a qualsivoglia teleologia, estetica o morale. E questa rinuncia è forse l’unico denominatore comune ad ogni postmodernismo concepibile.
  • Divagazioni erudite: esattamente come accade ne “La ricerca del tempo perduto” (Proust 1909-1922) dove il narratore si perde in numerose digressioni estetiche, e come in “V” (Pynchon 1963), che presenta un micro-saggio storico sulle guerre Herero fra Boeri e nativi, DFW include divagazioni accurate (a volte inventate di sana pianta) di giochi di ruolo cervellotici, un’interpretazione del gioco del tennis come allegoria socio-culturale di un mondo votato alla competizione e alla difformità, un’analisi clinica della depressione e molto altro. L’interdipendenza fra narrazione-scienze-forme di sapere risulta essere un tratto frequente nei grandi romanzi contemporanei.
  • Brisure del normale flusso narrativo: nemmeno questa è una novità assoluta (Kafka e Svevo, tanto per fare due esempi di scrittori che amavano una struttura aperta o semi-aperta) ma anche in questo caso la rielaborazione cronologica delle vicende narrate è condotta fino a un limite estremo. Il fulcro della vicenda, ciò che in un romanzo tradizionale sarebbe definito lo svolgimento, è volontariamente escluso dal romanzo, ma l’esclusione è compresa fra un epilogo e un prologo che si riferiscono entrambi a un’assenza. E il riferimento è forte a tal punto da far risaltare quest’esclusione, i cui contorni sono chiari e definiti nonostante si svolga al di fuori del narrato. Rare volte l’immaginazione del lettore era stata così sfrenatamente libera, così intensamente partecipe e allo stesso tempo così precisamente indirizzata.

 

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