“Nymphomaniac”, di Lars Von Trier, drammatico, 2014. Recensione di I.S.

nymphomaniac

TRAMA

L’anziano e colto Seligman (Stellan Skarsgard) soccorre una donna brutalizzata, raccogliendola da terra e portandola a casa sua per curarla. La donna si chiama Joe (Charlotte Gainsbourg) ed è una ninfomane dichiarata. Comincia a raccontare la sua storia.

 

CRITICA (attenzione: può contenere spoiler)

Lars Von Trier conclude con questa pellicola la “trilogia della depressione” (denominazione creata dalla critica e non dall’autore). Dopo “Antichrist” che si poneva come indagine psicologica della depressione da lutto e come indagine metafisica della malvagità umana, e dopo “Melancholia”, una riflessione sul senso medesimo dell’esistenza, “Nymphomaniac” affronta temi più concreti ma altrettanto complessi: la carnalità, la differenza fra i sessi, la percezione della sessualità.

Il problema della protagonista è sostanzialmente quello di non riuscire a dominare i propri impulsi ma anzi di esserne dominata; la scoperta e la ricerca dell’orgasmo è trattata nel Volume Primo, mentre l’impossibilità di raggiungerlo è il preludio al Volume Secondo e ai tentativi disperati di Joe di recuperare una dimensione sessuale soddisfacente, fino a portarla sull’orlo dell’autodistruzione.

La sessualità in Nymphomaniac è difatti un demone incontrollabile che costringe la protagonista a scelte che paiono obbligate, scagionandola da qualsiasi obbligo morale nei confronti non solo della società, ma della propria famiglia. Il regista vuole infatti domandare a quale titolo possiamo giudicare un individuo (Joe) che la natura stessa condanna a una perpetua e sofferente emarginazione, alla totale incomprensione e incomunicabilità.

Proprio per riuscire a comunicare con lei, e permettere a lei di comunicare con lo spettatore, Von Trier utilizza l’espediente di Seligman: questo anziano professore, privo di ogni esperienza sessuale ma dotato di una cultura pressochè infinita, è la persona adatta per tradurre i muti, incomprensibili impulsi di Joe in parole, in discorsi, in concetti. Seligman è l’esatta antitesi di Joe ed è per questo l’interlocutore ideale per una ninfomane e opera da tramite fra lei e il pubblico. Inoltre funge chiaramente da stratagemma narrativo per permettere alla storia di svilupparsi, auto-interpretarsi e sorreggersi: non appena la narrazione si fa incerta, o sfilacciata, Seligman pone le domande che potrebbe porre lo spettatore. Un esempio: quando lui sostiene che le “coincidenze” fra lei e Jerome siano troppo strane per essere vere, lei risponde che lui non ricaverà nulla dalla storia a meno che non la prenda per vera; la verità dunque non è importante ai fini della storia (e dunque della comprensione del film), ciò che è importante per Seligman (e per lo spettatore) è la possibilità di condurre una riflessione approfondita a partire dalla storia, senza metterne in crisi le fondamenta.

Dunque il dialogo fra Seligman e Joe è in realtà una dialettica fra spirito e corpo, ragione e istinto, uomo e donna. Seligman prova a giustificare il racconto di Joe tramite teorie, analogie, ad esempio quella fra la chiesa cattolica votata alla sofferenza e la chiesa ortodossa votata alla serenità. Analogie che però non reggono poiché Joe sembra, perlomeno nel Volume Secondo, godere della propria sofferenza, vanificando ogni tentativo di spiegazione razionale. Una dialettica dunque inevitabilmente fallace, perché i due opposti non si comprendono: lo scacco conduce alla depressione, al silenzio, o peggio, alla violenza.

I personaggi sono infine prigionieri dei propri sessi. Lei proverà a farsi comprendere, ma susciterà soltanto, in lui, una compassione ipocrita e un desiderio sessuale che si tradurrà in una violenza (non consumata) che ne scatenerà a sua volta un’altra: l’omicidio.

Von Trier è perciò abbastanza chiaro nelle sue intenzioni: criticare la limitatezza delle convenzioni sociali, denunciare la natura perversa dell’interazione fra i sessi, che produce incomprensioni e violenze, e soprattutto condurre un’analisi completa (davvero completa: sadomasochismo, orge, omosessualità, persino l’astinenza) della ninfomania.

Tale chiarezza sarebbe forse apprezzabile in un saggio, o al limite in un documentario, ma in questo film strangola la narrazione portandola avanti a sussulti, a spasmi, per mezzo di espedienti di solito abbastanza ingenui. Bisogna però dire che è Von Trier stesso a palesare la struttura atomica del suo film, non tenta affatto di nasconderla, come bisogna dire che non è di per sé un difetto il rifiuto di adottare una tradizionale forma narrativa.

Tuttavia “Nymphomaniac” risulta di una basicità didascalica che tedia lo spettatore e lo seppellisce da una parte di immagini giocate su un’ennesima dialettica, quella fra tenerezza e brutalità, dall’altra con una cascata di concetti pleonastici. Crediamo ci sia distinzione fra una cultura, anche ricca, che rende fertile un film, e invece un’erudizione debordante che lo rende sterile spaziando dalla pesca sportiva alla polifonia di Bach, da Boccaccio allo scisma religioso di Michele Cerulario, dalla dendrologia dei miti scandinavi  a Messalina. Purtroppo Von Trier abbonda nella seconda, creando un ibrido fra documentario e intreccio, fra dramma e porno, che solleva troppi problemi senza affrontarne seriamente nessuno. Quanto era meglio trattato il tema della frigidità e della trasgressione in “Bella di giorno” (Bunuel), del legame fra sessualità e distruzione ne “L’impero dei sensi” (Oshima), dell’impatto di una libertà sessuale paritaria su una società ancora maschilista ne “L’harem” (Ferreri). A questo punto serve a poco elogiare le ottime prove di Charlotte Gainsbourg, Stacy Martin, Uma Thurman.

“Nymphomaniac” è un film freddo, analitico, intriso di una cupezza solipsistica: Von Trier è troppo impegnato a raccontarci che l’umanità è orribile, che la sessualità è perversa, che la violenza è ovunque, per non rendersi conto che il suo sguardo pessimistico assomiglia a quello dogmatico di un religioso che odia le tentazioni pur cedendovi, e che anzi le odia proprio per quello.

Un film dunque che nonostante l’ampiezza e la complessità dei temi sollevati propende per un’interpretazione univoca (quella del regista, a noi pare) e nemmeno piuttosto originale. E che, restando in tema di “Dialettica”, si svolge come un dialogo platonico, ovvero si fa le domande e si dà le risposte senza mai rinunciare a una prospettiva limitata: la stessa da cui parte.

4/10

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