“Shutter Island”, di Martin Scorsese, thriller psicologico, 2010. Recensione di I.S.

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TRAMA

Anno 1954: nella selvaggia isola di Shutter, adibita a manicomio criminale, sbarcano gli agenti FBI Teddy Daniels (Leonardo di Caprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo), per indagare sulla misteriosa scomparsa di Rachel Solando (Emily Mortimer), madre omicida rinchiusa in una cella di sicurezza. Mentre le indagini procedono, diventa sempre più ambigua la posizione del primario dell’ospedale John Cawley (Ben Kingsley): fidato ed esperto psichiatra o novello Mengele?

CRITICA (attenzione: può contenere spoiler)

La costante opposizione fra realtà e fantasia si specchia in quella, altrettanto pregnante, fra presente e passato. Vediamo il mondo con gli occhi del protagonista e siamo costretti a subire i suoi stessi tormenti, le sue stesse turbe psicologiche ed emotive. La nostalgia della moglie, morta in un incendio diversi anni prima; gli orrori dei campi di concentramento, che Teddy vide da liberatore; i sospetti verso il primario, autore di strani esperimenti sui malati. Dulcis in fundo scopriamo che il detective mandato in missione al manicomio è in realtà un matto. Ma guarda un po’. E al termine dei numerosi deliri del protagonista, lo spettatore smaliziato entra finalmente in possesso della verità: la cosa più delirante di tutte è la trama.

Manicomi criminali, pazzi scalmanati, agenti segreti, ridicole atmosfere alla Lovecraft, malefici scienziati, effettacci speciali da scifi-cult anni sessanta, lobotomie e nazisti redivivi: questa pellicola è un carnevale di idee assurde e scene copiate (o idee copiate e scene assurde, fate un po’ voi), per non parlare del colpo di scena finale che era già vecchio ai tempi del “dottor Caligari” di Wiene (si parla del vetusto 1920).

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Ma la cosa peggiore di tutto il film è che quella vecchia volpe di Scorsese attraverso una girandola di inutili colpi di scena, atmosfere gotiche e il faccino del pur bravo Di Caprio, riesce a turlupinare lo spettatore convincendolo di aver assistito a un capolavoro, mentre è soltanto un capolavoro di ruffianeria. Citando il critico americano A.O. Scott, “mentre guardavo il film sentivo che stava accadendo qualcosa di terribile. Disgraziatamente ad essere terribile era proprio il film”.

Dispiace dirlo ma il tempo passa per tutti, anche per il maestro Scorsese, che ha tirato fuori dal cilindro probabilmente la sua peggior pellicola. Meglio così, toccato il fondo non si può che risalire.

3/10

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