“Quando l’arte è reportage.Vita e opere di Vasily Vereshchagin”, di R.C.

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Vasily Vereshchagin, foto d’epoca.

Il tardo Ottocento fu il periodo in cui la pittura moderna si trasformò in contemporanea. Poco prima che Monet e gli impressionisti concretizzassero la loro rivoluzione era ancora il Salon parigino a stabilire i canoni dell’arte. Il successo di un pittore allora dipendeva dalla possibilità di accedere al Salon. Nel 1866 si presentò all’esposizione annuale un artista russo di nobili origini, diseredato dal padre dopo aver scelto la carriera artistica, e ottenne un discreto successo di critica.

Il nome di Vasily Vereshchagin divenne celebre nella ristretta cerchia dell’alta borghesia moscovita, al punto da guadagnarsi la protezione di Vladimir Romanov, fratello dello zar Alessandro II, e di ottenere un impiego come topografo militare al seguito del generale Von Kaufman, futuro conquistatore dell’Asia Centrale. L’impiego comportava notevoli rischi, ma il valore in battaglia di Vereshchagin fu tale da meritare l’Ordine cavalleresco di San Giorgio (unico pittore nella storia russa ad esserne insignito).

Lo stile di Vereshchagin è invero piuttosto piatto e accademico e a uno spettatore di quest’epoca non può non apparire vagamente naïf. Ciò che sorprende nella pittura di Vereshchagin sono invece i contenuti che vi si trovano espressi, sotto una duplice prospettiva.

In primo luogo da un punto di vista etno-antropologico, perché al seguito dell’esercito zarista o per conto proprio intraprese lunghi viaggi in Turkestan, India, Tibet, Siria, Palestina, Cina, Giappone, Cuba e Stati Uniti, documentando col proprio pennello monumenti in rovina, civiltà sull’orlo dell’estinzione, imprese belliche, cerimonie religiose e misteriche. In un periodo in cui il giornalismo era limitato alla cronaca e la fotografia muoveva i primi passi, Vereshchagin si affermò come una figura irripetibile, tanto da potersi considerare un precursore degli attuali reporter.

"Fachiro".

“Fachiro”, 1876.

"Lasciateli entrare!"

“Lasciateli entrare!”, 1871.

"Tempio di Brahma ad Adelnur". Località tuttora sconosciuta.

“Tempio di Brahma ad Adelnur”, 1875. Località tuttora sconosciuta.

Sulla scia di Délacroix, Ingres e Gérôme lo si potrebbe catalogare nella corrente orientalista, ma con un’importante differenza: le sue opere tradiscono un realismo sincero, lontano dagli esotismi idealizzati dei predecessori. È un profondo spirito antropologico a muoverlo, radicato in un umanesimo cosmopolita. Vereshchagin non fa differenze di razze, o di religione. Dipinge moschee, templi, icone ortodosse come ritrae fachiri, cavalieri della steppa, turcomanni e soldati imperiali. Dalle sue opere traspare la convinzione che l’umanità sia affratellata sotto un unico cielo, forse sotto un unico Dio. Così come era convinto dell’importanza dell’influenza asiatica nella tradizione culturale russa.

"Icona di San Nicola".

“Icona di San Nicola”, 1871.

"Moschea", 1880.

“Moschea”, 1880.

"Tre dei in un monastero del Sikkim", 1875.

“Tre dei in un monastero del Sikkim”, 1875.

Il secondo punto di relativo interesse che contraddistingue l’arte di Vereshchagin è la sua posizione riguardo alla guerra, che gli attirò numerose critiche in patria. Vereshchagin era infatti votato al realismo più crudo e molto spesso nei suoi quadri i soldati imperiali apparivano brutali quanto e più dei nemici. Una scelta difficile tenendo conto del clima oscurantista che era sempre perdurato in una società non abituata alla libera espressione.

Ma le sue intenzioni non erano tanto di critica verso lo guardia imperiale, quanto piuttosto di evidenziare come la sofferenza sia una condizione universale. La denuncia della guerra e dei suoi orrori, sublimata nella celebre “Apoteosi”, diverrà a tal punto vivida che persino il Kaiser Wilhelm II si complimenterà con lui affermando che i suoi dipinti sono il miglior deterrente per qualunque belligerante.

"Soldato dimenticato".

“Soldato dimenticato”, 1874.

"Apoteosi".

“Apoteosi”, 1871.

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“Malasorte”, 1868.

L’eredità di Vereshchagin è dunque un monito “a tutta l’umanità e a tutti i conquistatori”, come recita la dedica di “Apoteosi”, un monito alla vanità delle vittorie terrene e all’inutile ferocia della guerra, che la società russa nell’Ottocento portò dalla Francia al Giappone, passando per le desolate steppe dell’Asia. Ma la pittura di Vereshchagin è anche un auspicio alla pace, un appello alla fraternità di tutti i popoli e una rivendicazione della loro uguaglianza davanti a Dio e agli uomini. La brutalità e la violenza spudorate da lui descritte nei quadri bellici, l’indifferenza del soldato che si accende una sigaretta in “Malasorte” o l’indifferenza della natura verso le tragedie umane in “Soldato dimenticato” o “Cannibale” sono un contrappunto teorico alle armonie quiete e spaziose dei suoi dipinti religiosi, “Moschea”, “Tre dei”, “Sha-i-Zinda”, “Taj Mahal”. Forse sta a significare che l’artista al di là dei patimenti e della crudeltà della razza umana credeva (o si augurava) che la vita potesse trovare compimento in un’armonia trascendente, che fosse una legge divina universale o un reinserimento nel semplice ciclo naturale.

Nondimeno Vereshchagin troverà la morte proprio in guerra, su una nave affondata da una mina giapponese al largo delle coste di Vladivostok.

 

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