“Her”, di Spike Jonze, fantascientifico/sentimentale, 2014. Recensione di I.S.

her

TRAMA

In un futuro assai prossimo, il timido Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) scrive lettere appassionate e poetiche per conto di altri committenti. Nonostante venga molto apprezzato nel suo ambiente di lavoro, è afflitto da una profonda solitudine dovuta in parte alla rottura con la moglie Catherine (Rooney Mara) e in parte al contesto sociale alienante che lo circonda.

Qualcosa di imprevisto accade dopo l’acquisto di un sistema operativo di ultima generazione, dotato di un’intelligenza artificiale raffinata. Theodore comincia a sviluppare con il software una relazione sempre più complessa, tanto da rendere la presenza di Samantha (il nome dell’A.I.) insostituibile.

CRITICA (attenzione: può contenere spoiler)

Spike Jonze in questa pellicola guarda al futuro per indagare le dinamiche più antiche della storia dell’uomo: l’amore, la solitudine, l’egoismo. Il contesto fantascientifico è infatti un pretesto per descrivere le relazioni sociali all’alba del ventunesimo secolo, portando ogni conflitto alle estreme conseguenze.

La società descritta da Jonze è uno spazio freddo in cui i personaggi introversi e repressi si intonano con la scenografia: gli interni minimalisti a tinte delicate sono un ideale contrappunto agli esterni, dove grattacieli fitti ed altissimi si stagliano sopra un cielo perennemente plumbeo. Non è complesso intuire che Theodore, il protagonista, è il degno ingranaggio di una società dove i rapporti interpersonali sono ridotti all’osso. La condizione umana è quella di una solitudine di massa, dove ciascuno mediante la tecnologia proietta sé stesso davanti a sé, imbastendo dialoghi virtuali che sono in realtà monologhi.

È ciò che accade anche a Joaquin Phoenix, bravo nel gestire la scena da solo per due ore abbondanti. Ed è ciò che accade al suo personaggio, che nel desolante finale si rende conto del suo errore: Samantha, per quanto complessa, non può rappresentare il secondo termine di una relazione. E non per la mera mancanza del corpo, ma piuttosto perché la relazione con l’OS non pone per Theodore alcun rischio, alcuna sfida, alcun sacrificio. Samantha è a disposizione in qualsiasi momento, eternamente passiva. Non è un “tu” opposto a un “io” ma piuttosto un “io” riflesso, un’immagine riflessa di Theodore il quale, come Narciso, scivola non appena tenta di afferrarla. Ed è proprio dopo essersi scrutato a fondo in questo specchio digitale che Theodore è pronto a riconoscere i suoi errori di fronte alla moglie: il suo egocentrismo, la sua paura, la sua inettitudine, la sua incapacità di mettersi in gioco. E finalmente scrive una lettera, stavolta autentica, simbolo di una raggiunta (o ritrovata) maturità.

La critica di Jonze non è dunque, nonostante le apparenze, contro la tecnologia, ma contro l’abuso della tecnologia. Se da una parte il regista sembra suggerire che il concetto di persona possa un giorno includere le intelligenze artificiali, dall’altra parte denuncia l’inconciliabilità delle due razze, l’uomo e il sistema. E ci avverte della pericolosità, oggi più che mai attuale, insita nel costruirsi un ego virtuale.

È soprattutto per questo che il film è apprezzabile: per l’acutezza di sguardo, per la leggerezza del tocco, per la garbata critica dei tempi moderni. Anche se è difficile soprassedere sulla prolissità generale, sulla tendenza melodrammatica, sulle note melense suonate con troppa insistenza.

6/10

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