Critica filosofica dei cartoni animati – “Aladdin secondo Platone: il potenziale inespresso del governante-filosofo”. Scritto da R.C.

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La critica qui riportata si occuperà del cartone animato Disney “Aladdin” (1992), tentando di dimostrare come l’universo morale proposto dalla fiaba celi in realtà una sottile perversione mirante al sovvertimento etico della realtà. In particolare, la mia tesi è che l’antagonista Jafar fosse l’unico personaggio veramente degno di stima e compassione all’interno dell’intera vicenda umana presa in esame.

 

Di come il Sultano sia inadatto al governo

 

Se guardiamo all’aspetto pacioso e rubicondo del Sultano, non ritroviamo certo i tratti solenni del grande statista, né gli zigomi spigolosi e la mascella squadrata (segnali, secondo antiche reminescenze fisiognomiche, di durezza e determinazione). Ma ad un esame più minuzioso, ci accorgeremo che non è solamente il physique du rôle che difetta al sovrano di Agrabah. Ma andiamo con ordine.

In primo luogo, il Sultano si dimostra dedito a passatempi infantili; l’infantilismo, come è risaputo, è una conseguenza della senilità, per quanto possa apparire paradossale. E se il nostro vecchietto fosse un caro giocatore di burraco dirottato all’ospizio, che passa il suo tempo fra una pappa calda e una pillola, non ci sarebbe nulla di male. Tuttavia, il vecchietto in questione è niente popodimeno che l’unico reggente di un importante centro carovaniero, uno snodo commerciale unico per splendore e imponenza nel bel mezzo di un’area brulla e desertica, brulicante di predoni e insidie. Una delle prime scene in cui è ritratto il Sultano lo vede impegnato ad un tavolo, ma non per studiare nuove rotte commerciali, né per elaborare acute strategie militari: niente affatto. Il Magnifico Reggente è circondato da pupazzetti e statuine di animali, leoni, vitelli e giraffe e quant’altro, dedito ad impilarli quasi fossero le componenti di un Lego. Vediamo subito di intenderci: lo spreco di pomeriggi in futili passatempi è una consuetudine fra nobili e reali, ma di solito viene riscattato dalla raffinata futilità, dalla rarità barocca del passatempo, come ad esempio la caccia alla volpe, o l’inseminazione di un’odalisca vergine. In questo caso, pupazzetti zoomorfi.

Il divertissement del Sultano ne denuncia la dissennatezza, ma soprattutto (come testimonia quel palazzo enorme, vuoto, colmo solo di guardie e visir) la scarsa attitudine sessuale. Come un fanciullo, il Sultano (cosa assai insolita per quell’epoca storica e per quell’area geografica) dopo la vedovanza ha perseguito una monogamia pervicace, inossidabile; nessuna concubina, nessuna verginetta allieta le notti solitarie del Sultano, i cui appetiti appaiono diretti soltanto ai profili variopinti dei pupazzetti. Ma c’è di più: la virilità del Sultano è a tal punto prosciugata ed estinta, che nemmeno riesce ad imporsi sull’unica figlia (viziata e arrogante) affinché un matrimonio d’interesse salvi il fragile equilibrio politico su cui si regge Agrabah e l’ancor più fragile equilibrio mentale su cui si regge il Palazzo. Facoltosi e affascinanti principi vengono respinti a turni, mentre il Sultano continua a impilare animaletti finti e a rimpinzare quelli veri (Jago) di biscotti.

Un altro indizio tangibile della grave demenza senile che affligge il Sultano è la sua estrema e pervasiva suggestionabilità: la facilità con cui cede all’ipnosi è imbarazzante. Ogni volta che il Gran Visir agita lo scettro, il Sultano si comporta come un cagnolino ammaestrato. E quando Aladdin entra in scena con il suo magico tappeto, ecco che il Sultano impazzisce nuovamente, in un orgasmo ludico che denuncia una deprecabile mancanza di lucidità e un eccesso di entusiasmo che non può non essere il chiaro sintomo di una malattia mentale. Sorvoliamo sulla sorprendente facilità con cui accetta la candidatura del principe Alì come marito di Jasmine: quel travestimento, opera di un Jinn, avrebbe ingannato chiunque. Ma un’altra cosa non la si può perdonare: verso la fine del cartone animato, quando Jafar, divenuto Sultano grazie al Jinn, intima al vecchio Sultano di inchinarsi di fronte a lui, solo il tono ribelle della principessa lo preserva da un cocente disonore: il vecchio aveva già piegato le ginocchia e steso le braccia in una precoce e sdilinquevole proskinesis.

Risulta dunque chiaro quale sia, una volta per tutte, la reale natura del vecchio Sultano: un uomo anziano, arrendevole, codardo, fiaccato dalla senilità e braccato dalla demenza profonda che tale senilità porta con sé. Un uomo assolutamente inadatto alle decisioni, al comando, al governo, debole nel corpo come nello spirito, schiavo dei capricci della figlia, e totalmente privo di lungimiranza: è disposto ad accogliere un traditore come primo ministro e un ex-ladruncolo come genero.

 

Di come Jafar sia il miglior candidato al sultanato di Agrabah

 

Iniziamo col distinguere il ruolo del Sultano (analogo a quello di un monarca) dal ruolo del Gran Visir (analogo a quello di un primo ministro). Un sovrano non si elegge: eredita la sua carica insieme al sangue dei suoi avi; e nel sangue non c’è merito. Un sovrano può esercitare il suo potere in maniera assennata, ma anche in maniera dispotica e violenta. Un sovrano, infine, è sovrano per diritto di nascita. Un Gran Visir non è nulla di tutto questo: per diventare Gran Visir (un po’ come per diventare console) occorreva certamente un buon nome, ma anche un cursus honorum, uno studio approfondito, diligenza, intelligenza, arguzia e furbizia; un sovrano non ha concorrenti al trono (casomai, potenziali usurpatori), ma per diventare Gran Visir, la concorrenza è ampia. Possiamo quindi immaginare che Jafar abbia seguito un corso di studi, abbia esercitato alcune cariche minori con giudizio e raziocinio, e che sia giunto alla carica di Gran Visir grazie ad un’accurata selezione. Il ruolo che compete a Jafar (ma anche i suoi modi, la sua eloquenza) rivelano un’educazione forbita, una cultura profonda, un polso fermo, una feroce ambizione, insomma le qualità proprie di un regnante. Fedele, pur senza conoscerlo, al Principe machiavellico, Jafar è volpe e leone, astuzia e forza bruta; la violenza e la crudeltà, mi si potrà obiettare, non sono certo qualità. Non in senso stretto: ma la ragion di stato ha fini e modi diversi dalla ragion comune, e violenza e crudeltà non sono per Jafar un’inveterata consuetudine (Jafar non è certo un antagonista grezzo e bestiale, bensì mellifluo e raffinato), ma un’estrema ratio, un espediente da utilizzare solo ed esclusivamente in mancanza d’un piano migliore, cesellato grazie al martello della ragione che batte il ferro del tempo. Mi si potrà obiettare la viltà del tradimento perpetrato ai danni del Sultano. Eppure, ricordate che anche Giulio Cesare salì al potere con un colpo di stato. Il glorioso Impero Romano nacque, in fondo, da un atto di violenza; l’atavica cultura semitica, di cui siamo tuttora intrisi in quanto occidentali, è nata da un fratricidio, quello di Caino su Abele. Senza contare, come ho già ricordato, che la ragion di stato ha fini e modi diversi rispetto alla ragion comune: sono pronto a scommettere che un sultanato retto da Jafar avrebbe portato ad Agrabah un grande guadagno, non solo in termini di introiti commerciali, ma anche una forte espansione militare. Come fermare, infatti, un esercito guidato da un jinn?

Ma, se non vi siete convinti, esaminiamo l’alternativa: Aladdin. Un ragazzo savio e di buon cuore, certamente, ma sprovvisto delle più elementari nozioni di economia, matematica, politica, retorica e buone maniere. Un ladruncolo, che per l’intera sua vita ha preferito condurre la vita romantica del criminale piuttosto che cercare un onesto apprendistato presso un qualunque artigiano o bottegaio di Agrabah. Un ipocrita, che di fronte a una inaspettata ed incredibile fortuna (la lampada) decide di perpetrare un altro inganno, l’ennesimo, ai danni del Sultano e di sua figlia, fingendosi un ricco principe venuto da lontano. C’è poi molta differenza tra l’inganno di Aladdin, che si finge principe per avere Jasmine, e l’inganno di Jafar, che ipnotizza il Sultano affinché Jasmine acconsenta a sposarlo? Non molto, oserei dire. Aladdin può vantare ben poco, a parte la sua simpatia e il sincero amore che nutre per Jasmine.

Potete ben vedere, dunque, che il miglior candidato per il trono di Agrabah fosse senza dubbio Jafar, dopo tanti anni di onorato servizio svolto egregiamente. La vittoria di Aladdin su Jafar è in realtà quindi la vittoria del nepotismo sulla meritocrazia, del clientelismo sullo studio assiduo, della piacioneria sulla cultura e la raffinatezza, e sono pronto a scommettere che ha avuto conseguenze nefaste per l’intero sultanato di Agrabah: non vi è stata alcuna espansione militare, né una fioritura economica. Avete mai sentito parlare del Golfo di Agrabah, del Regno di Agrabah, nei vostri libri di storia? Niente di tutto questo è avvenuto. Agrabah è sparita, inghiottita dal furore dei secoli, divelta dalle scimitarre di tribù più feroci, erosa dalle sabbie del tempo, distrutta da una dinastia di regnanti irresponsabili e bigotti, di cui non rimane ormai che qualche fiaba scolorita, in cui i personaggi più tetri sono – immancabilmente – i vinti.

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